Sobytie (The Event)




























Fanno quasi sorridere i tentativi di Sergei Loznitsa di riprendere e rifare, cambiando oggetto, chi (Harun Farocki e Andrei Ujică), anni prima, aveva tentanto - tentativo meglio riuscito di questo - di fare un lavoro di proliferazione di un archivio di immagini: sì perché tentare di far proliferare l'archivio significa, non tanto considerare l'evento come ciò che concerne un fatto considerato importante, cardinale, il quale fa quindi da punto di svolta in cui, dopo di esso, tutto cambia, in una sorta di linea segmentata (come invece deduciamo lo intenda il regista dal titolo scelto, Sobytie (The Event) (Russia, 2015, 74')), quanto piuttosto significa considerare l'evento come un incorporeo, indipendente dal tempo, dai corpi, i quali sì, effettuano l'evento, ma sono altro da esso, seppur su uno stesso piano di immanenza. Da qui la proliferazione dell'archivio, ovvero la formazione di un senso prodotto, creato e che sussisterà attraverso le immagini e che si opererà in modo tale da riuscire, attraverso il cinema, a ridarci un nuovo sguardo, il che non significa tanto conoscere il più possibile su ciò che è successo, avere più punti di vista per ultimare una visione completa o quanto meno il più possibile aderente alla realtà (dimenticando che non esiste segreto, sebbene ci sia qualcosa che si dà, non visibile ma neanche nascosto), piuttosto ha a che fare con un cambiamento che si concretizza proprio a livello di sguardo, io non vedo più come prima: certo, uso sempre l'occhio ma le visioni avute si sono come incarnate in questo occhio, rendendomi non più fattibile un altro sguardo. Ecco che ciò che si chiede implicitamente questo film non ci pare colga un Evento, semmai l'evento russo, in quanto utilizzare le immagini da un archivio e se vogliamo continuare ad intendere l'archivio foucaultianamente, ciò non dovrebbe significare circoscrivere quello che è stato detto per scoprire un sopra-detto o un non-detto e tuttavia è proprio questo che implica la domanda - che ci sembra fuorviante -  del film: il  suo concentrarsi su un certo periodo storico - il Putsch russo del 1991 - ci sembra che derivi non tanto da una spinta data da una necessità urgente che cerca di captare quell'incorporeo dei fatti, quanto piuttosto sembra essere la volontà propria di un autore, Sergei Loznitsa, di creare parallelismi e confronti con il periodo attuale, il che, ci può anche stare, a patto di non spacciare la mancanza di un io-narrante (la voce fuori-campo che spiega le immagini è assente e quindi le immagini «parlano da sé») e l'assenza di un autore che riprende (in questo senso il film infatti è un insieme di immagini già riprese da altri) come le condizioni necessarie e sufficienti per la creazione di un film che fa proliferare l'indicibile dell'immagine dell'archivio: se è la volontà a smuovere questo film e non la necessità (si badi bene che questa è una considerazione personale data non solo considerando l'autore, ma anche, soprattutto, considerando una sensazione che nasce durante la visione e che si cerca di problematizzare e rendere per inscritto, con i limiti che comporta) dobbiamo pensare anche al fatto che nasca da un soggetto che si crede slegato dal suo contesto, non determinato: insomma, la domanda che ci poniamo è questa: che bisogno c'era di questo film ora, se non, appunto, come confronto con il presente, come si diceva prima? Non tanto un brutto film quindi, piuttosto abbastanza inutile, in quanto chiedersi della democrazia russa ora, da cosa derivi e soprattutto ponendo le domande in questo modo, non ci fa uscire dalla struttura, non crea uno sguardo, semmai ci sembra, ancora una volta, riguardare «vecchie teorie nei salotti per bene».


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