Simulacri #21: Love must love


Se si dovessero andare a ricercare i maestri del cosiddetto cinema dell'immanenza, probabilmente e con difficoltà si risalirebbe infine anche a Myron Ort, la cui opera, vastissima, è davvero un esempio radicale e impressionante, molto vicino a Stan Brakhage, di ciò che fu il New American Cinema, nonostante Myron Ort non abbia trovato, storicamente, il giusto riconoscimento, come si vede anche dal libro cardinale di Sitney, Visionary Films, ma non è un problema, e forse, anzi, questo è proprio ciò che richiedeva il suo cinema, che con Love must love (USA, 1968, 28'), uno dei suoi primi esempi, riluce di tutta un'estasi fragile, primitiva e al contempo destabilizzante, specie a guardarlo ora, ora che le pellicole vengono tinte solamente da qualche regista accademico, ora che i diari filmici sono poca - e comunque ancor bellissima - cosa, come ci mostrano Dan Browne, Brian Wilson e Clint Enns. Portano in sé qualcosa, i film di Myron Ort. Qualcosa di cui non basta dire che rifugga il tempo, che stia fuori dal tempo, quasi se ne fosse astratto o astraesse veramente il tempo; piuttosto, è proprio la polvere del tempo, ciò che si alza guardando i suoi film - ed è una sensazione stranissima, quasi inquietante: in Love must love, ad esempio, i fiori derivano un amore che solo ad un tratto ha un che di sessuale, di genitale, e comunque anche questo tratto è come preso in un divenire che è quello dell'amore più puro, per quanto non platonico, non ideale, non fascista. Un amore pulsionale, ma difficilmente assimilabile all'amore più bieco di chi cerca solo la carne; semmai, è l'amore più squisitamente spinoziano, quello attraverso il quale si ama e si scopre di amare dello stesso amore con cui ama Dio senza con ciò essere Dio. «L'amore deve amare», in questo senso, suona come una condanna, ma non necessariamente una condanna alla ciclicità: se una condanna c'è, nell'amore palesato, analizzato, assorto nel cortometraggio di Myron Ort, questo è un amore carsico, che lascia afasici nel momento in cui viene a darsi, poiché è allora che si scopre d'essere catturati in un divenire-cosmico di cui l'amore è la fibra. Myron Ort gira questo film assieme alla sua ragazza di allora, e però non è il loro amore che si ritrae: è, piuttosto, il loro amore che dà forza al film, che riesce a portare il film a quella profondità necessaria per scoprire di cosa sia fatto l'amore, per scoprire che l'amore deve amare, massima che diventa allora una necessità naturale, un qualcosa che si spande cosmicamente ed è, appunto, fibra cosmica e, contemporaneamente, intelaiatura di tutte le fibre del cosmo. Il cinema dell'æssenza diventa così un potente mezzo per giungere a quel cinema dell'immanenza che ci sta tanto a cuore, che abbiamo pensato io e te: non si tratta di astrarre, come un porcoddio di Richter, se non con un movimento estrattivo che faccia divampare non l'essenza ma il circolo di potenzialità più pure che nel suo dinamismo dà luogo all'attualità dell'ente, e da qui, con uno studio sulle luci e l'illuminazione andare addirittura oltre il virtuale, fino al possibile, che infine emerge. Il possibile emerge: è la necessità che ci incastra, che ci precede, che ci determina e che però, in quanto possibile, è semplicemente uno schema puro, necessità senza necessitato, pura costrizione del cosmo che gira a vuoto, sospesa. Tuttavia, essendo il cinema, e soprattutto questo cinema, essenzialmente materiale, la necessità che si dà nell'irradiazione luminosa è comunque visibile, palpabile solamente se oggettivata in un ente, se addensata in un qualcosa da cui, cinematograficamente, va e viene. Ecco, allora, la necessità come amore, un passaggio che determina in maniera perspicua il passaggio dal cinema dell'assenza a quello dell'immanenza, poiché è giusto l'amore una necessità incarnata cosmicamente - e l'immanenza non può che darsi su un piano materiale, non vaga e indistinta sopra tutte le cose e al di là di esse. Lo sbocciare del fiore, la luce stessa, i due amanti: tutto concorre a e concerne un divenire cosmico che è immediatamente amore, e amare non significa altro che ritrovarsi coinvolti in questo divenire, necessitati da esso - sentimento intellettuale, pensiero panico... ed eccoci qua, un anno dopo (10/12/2015).

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