Passageways


Possiamo iniziare a parlare di Passageways (Usa, 2007, 29') dicendo una cosa fondamentale dei film di Clipson, nonché generale, del tutto estemporanea e senza grandi pretese: l'uso della musica è spettacolare. Tarentel o solo Jefre Cantu-Ledesma sono due dei preferiti di chi scrive. Prendiamo, per esempio, Light from the mesa (Usa, 2010, 7'): il connubio tra suono e immagine rasenta la perfezione. Anche in questo Passageways, o lo stesso Union (Usa, 2010, 15'), e possiamo fare tanti altri esempi senza neanche fare chissà quali discorsi attorno, perché la cosa è talmente palese che si è voluto esplicitarla solo perché affetti da grande entusiasmo. Dopo l'ennesimo film di Clipson che osserviamo, proviamo allora a sollevare una domanda: cosa sarebbe del film senza la componente sonora? Senza la pretesa di dare risposte definitive possiamo però capire, solo tentando di rispondere, che è proprio qui che Clipson si rende uno dei più grandi registi contemporanei: la potenza dell'immagine filmica, come in Passageways, è talmente grande che quest'immagine può sussistere da sola e, tuttavia, ne amiamo il sonoro, in quanto non è tanto un vezzo di Clipson ma qualcosa di fondamentale e lo è perché la stessa musica sussiste di per se stessa e ciò che si viene a creare è, dunque, un incontro tra suono e immagine, che altro non è che il film stesso. A proposito dell'immagine, in Passageways le riprese si basano su quello che comunemente chiamiamo «mondo degli insetti» come se, appunto, fosse un altro mondo: in effetti, lo è e Clipson non fa altro che riprendere un qualcosa in cui, pur presentandosi a noi in modo antropomorfo (banalmente, i colori sono quelli che un umano vedrebbe), c'è il tentativo di mostrare questo mondo proprio per quello che è, ovvero, diverso, il che significa che la retorica, altrettanto comune, che cerca di far vedere come gli «altri mondi» siano simili al nostro, risulta del tutto assente, mentre, invece, si cerca semplicemente di mostrarlo. È così che i movimenti di camera, che tentano un ulteriore zoom sul tentativo già estremo di mostrare qualcosa di tanto piccolo, ci mostrano un fallimento ed ecco ciò che rende Passageways tanto grande: è proprio sul fallimento della macchina da presa che Clipson si differenzia da qualsiasi altro tentativo di mostrarci questo mondo e questo fallimento della macchina da presa diventa il punto di forza perché quelle sfocature, che rappresentano i limiti della macchina da presa, sono anche i nostri stessi limiti. Le nostre potenzialità di vedere questo mondo sono limitate, a volte riusciamo, altre volte percepiamo solo una cosa più indistinta, altre volte ci focalizziamo talmente tanto su qualcosa che lo sfondo è sfocato, altre volte focalizzandoci su qualcosa ci vediamo qualcos'altro. Capiamo così molto semplicemente che tutto ciò non si chiama errore o che altro, che i limiti del cinema sono i nostri limiti, il che lo rende un cinema così aderente alla vita da poterci fare solo tacere di fronte ad esso perché, in fondo, è proprio attraverso quest'immagine filmica che sono totalmente libero di aderire alla vita, come con altre poche cose che, pur nell'espressione, ci mostrano un di più di irriducibile...


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