One light



One light (USA, 2015, 2'): una luce, come un faro nella notte ma nello stesso tempo anche l'unica luce che c'è, in quanto realtà come unica esistente, noi non vediamo che ciò che a noi si presenta, che ci costituisce o che ci precede ed eccede, insomma ciò che ci mostra Brian Wilson è l'unica cosa possibile che poteva mostrarci, che poteva mettere in luce e bastano solamente due minuti per poter cogliere questo bagliore ed, infine, lasciarlo scorrere via. In One light, come in Poem (Canada, 2015, 4'), si tratta di cogliere un'intimità che non si limita a quella personale del regista: né nell'uno che nell'altro caso abbiamo mai il sentore di assistere ad avvenimenti altrui, in cui possiamo al limite immedesimarci, ma sono sempre proprio i nostri avvenimenti, perché l'intimità non si limita ad essere qualcosa di personale, non è il suo sinonimo e dunque non è ciò che materialmente si vede, bensì è qualcosa che concerne tutti, qualcosa di ampiamente nostro, che possiamo semmai esperire in vari modi a seconda delle relazioni che si creano. Insomma, qualcosa di indeterminato che eccede la sua forma, non è mai banale, definito, proprio come è e non è il sorriso: possiamo chiederci cosa sia un sorriso, ognuno risponderà in maniera diversa, evidenziando qualcosa di esso, ma mai si arriverà ad una sua definizione, ogni tentativo sarà sempre una sua riduzione. L'intimità presente in One light è proprio come il sorriso, nella sua incapacità di descrizione: non è il bambino, non sono le piante, non sono le luci, prima rosse, poi gialle, è semmai qualcosa che attraversa tutti gli elementi del cortometraggio insieme, comprese quelle luci che si sovrappongono alla visione, le quali non ci portano tanto ad una distorsione del reale, quanto ad una sensibilità diversa di percepirlo, che non si esaurisce nel colore ma, ancora una volta, lo eccede: insomma, l'intimità non si vede, ma l'insieme creato, che è proprio del cortometraggio in questione, ci ritorna stranamente familiare. Il cinema è qui ciò che può rendere estremamente vivida l'intimità, che la rende quasi concreta, materiale, ma la materialità dello schermo non ci fa minimamente pensare che sia un oggetto distinto da noi stessi, non si crea alcuna dualità, anzi, come dicevamo prima, la distanza tra schermo e spettatore riesce in certe visioni a scomparire, diventiamo un tutt'uno con esso o, meglio, partecipiamo insieme dello stesso divenire: come, per esempio, con Cove (USA, 2012, 7'), dove l'inesprimibile rimaneva tale e l'unica cosa possibile era andargli incontro ma lo era solo se riuscivamo a concepire il cinema, non tanto come un ponte per raggiungerlo, ma qualcosa che viene prima della vita stessa, dunque qualcosa che rimane irraggiungibile ma che riesce a rifrangersi nello schermo cinematografico, sussistendo in esso. Se è vero, come diceva Canetti, che non c'è cosa che l'uomo tema di più dell'ignoto, allora il cinema può costituire una luce possibile per andargli incontro...

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