L'horizon des événements (The event horizon)


L'horizon des événements (Colombia, 2015, 17') segue di un anno Echo chamber (Francia/Colombia, 2014, 19'), ma è come se in questo lasso di tempo ci fosse una vita impossibile da colmare, temporalmente, ed è un fatto causativo, questo, poiché d'imprescindibile importanza nella realizzazione de L'horizon des événements, un film che non solo fa a meno dell'impianto fondamentalmente contemplativo dell'opera del 2014 ma è come se proprio con questo farne a meno si costruisse sulla sua fiamma ormai spenta, come cenere; l'interesse di Guillermo Moncayo, del resto, è un interesse speciale e specifico: il suo sguardo non è mai uno sguardo su qualcosa ma sempre e comunque uno sguardo da qualcosa: così, le lunghe e lente carrellate di Echo chamber erano la strutturazione spazializzante del luogo stesso, che allora era come se si facesse e costituisse proprio mediante quelle carrellate. Ora le carte in tavola sono cambiate, ma la sostanza finale non fa a meno delle acquisizioni, tra cui quella dello sguardo come escrescenza del luogo è forse quella più importante ed edificante. Infatti, ciò che ancora una volta si tratta di portare a termine è un processo, come, per definizione, non ha termine se non da un punto di vista che si auto-escluda da esso, esterno rispetto a esso, cosa che a Moncayo, visibilmente, non interessa: a Moncayo interessa far parte del processe, la sua macchina da presa è costantemente presa da forze che la strutturano e la determinano, come - in questo caso - il carattere ancestrale di cui ogni cultura è segno, cioè cancellazione, cancellazione attraverso la quale soltanto la cultura x può darsi. In questo senso, L'horizon des événements lungi dal farsi richiamo a quell'origine ormai infranta, cosa che naturalmente tradirebbe la cultura in processo, si muove attraverso un tentativo di messa in causa della cultura, cosa che viene dapprima effettuata scavando un solco tra l'immagine e la parola: non si parla di ciò che si vede e non si vede ciò di cui si parla. «Ceci n'est pas une pipe.» L'immagine diventa così una sorta di luogo-custode della parola, mentre la parola è ciò che letteralmente buca, sfonda l'immagine, richiamandosi a un aldilà-alterità che eccede l'immagine, rispetto al quale l'immagine non è sufficiente. È per questo che l'immagine divampa, perché è subito immagine di parola e parola di immagine, il rapporto tra lettera e figura è così ferreo e intenso da non lasciar pensare la parola senza l'immagine e viceversa. Questa indiscricabilità dell'immagine e della parola è sostanzialmente la cultura, il che non significa necessariamente che l'immagine e la parola siano la stessa cosa, che la parola sia immediatamente immagine quanto, in senso più ampio, che la cultura è appunto il processo che si struttura a partire dal rinvio: ogni immagine rinvia a una o più parole e ogni parola rinvia a una o più immagini, ineluttabilmente, e il processo nel quale tutta la rete di rinvii è presa è ciò che si definisce cultura. In questo caso, la cultura cambogiana, colla sua rete di rimandi e di rinvii tra immagini e parole che solo l'occhio occidentalizzato di un avventuriero teutonico poteva cogliere nella sua interezza ponendosi fuori da essa, il che non significa dire la verità su un sistema culturale quanto, semmai, traviarlo affinché se ne abbia una nuova immagine in relazione, appunto, a una parola che sia altra rispetto a quella autoctona. Il cinema etnografico assume qui caratteri diabolici e inquietanti: non si tratta più di dire una verità, nemmeno di fare uno studio, ma di percepire la cultura nella sua integralità, che è quella di separazione inerente, intestina, tra se stessa e ciò che la costituisce nel profondo. «Qual è la causa del male?» è la domanda dell'avventuriero teutonico, e la sua praxis è quella della memoria, che si sostanzia esclusivamente grazie all'oblio. Così, l'immagine non può che essere, nella sua verità, ciò che altro non è se non la sua realtà, un'immagine di immagine, luogo tra luoghi che custodisce un vuoto o forse un segreto: l'imbarcazione oppure anche la fotografia, eterotopie in quanto non-luoghi e non-luoghi in quanto immagini irriducibili alla parola, fantasmi, ma fantasmi che sono contemporaneamente il solo essere reale e ineffabile. Il resto, per l'appunto, è cultura, e il cinema etnografico, la storia dell'avventuriero, per quanto mitica e fantastica essa fosse, per quanto etnocentrico esso, cioè il cinema, sia, non può in fondo che dire la verità su una determinata cultura perché la cultura in quanto tale è finzione, narrazione fondativa, cioè mito, su ciò che distrugge il suo fondamento per darsi - ed è questa distruzione a garantire il mito, il mito a garantire la cultura, la quale, a sua volta, non può che essere presa in un processo degenerativo che la disorienta e la distrugge (le razzie di altri popoli, le lotte fratricide, le imposizioni economiche da parte degli Stati potenti e via dicendo non sono angherie esterne ma sono ciò che una cultura, qualsiasi cultura richiede, ciò che essa necessita in quanto tale, per definizione).

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