La lunghezza di Planck (The Planck lenght)



Ormai al termine, quest'anno rivela una delle sue sorprese più grosse, nonché una delle visioni più importanti e necessarie da molto tempo a questa parte, almeno per i sottoscritti: si tratta de La lunghezza di Planck (Italia, 2015, 84'), il lungometraggio dell'Endimione Crew, etichetta sotto alla quale vanno rivelati Riccardo Vaia & Andrea Piazza, i quali, con quest'opera, sfornano - e lo diciamo sin da subito, consapevoli che serva proprio una buona volontà per smentirci - un capolavoro gigantesco, e non è poco: non è poco perché La lunghezza di Planck è un'opera dell'interstizio, e vedremo più avanti quanto importante sia sottolineare questo singolo e semplice fatto nell'economia del film, il quale dev'essere pensato attorno all'immagine non più intuita come categoria; il lungometraggio dell'Endimione Crew, infatti, lungi dal porsi in una maniera didascalica e fascistizzante nei confronti non solo del pubblico ma anche del processo cinematografico di per sé, sembra quasi fuggire a se stesso e da se stesso, il che è come se tagliasse l'opera e da questo taglio fuoriuscisse un'élan che non si mostra come altro dall'opera bensì come opera dell'opera, come stratificazione e abisso di cui La lunghezza di Planck non sarebbe che un effetto di superficie. Cenere, dunque. «Il y a là cendre», che prende posto facendo posto, perché nulla avrà luogo se non il luogo. E qual è questo luogo? È ciò che il film non può manifestare, non può mostrare se non nascondendolo, oscurandolo, e si potrebbe - almeno inizialmente - sostenere che il primo grande gesto del lungometraggio sia proprio quello di darsi per mostrare e che, contemporaneamente, questo darsi (l'apparire filmico) sia un nascondimento dell'oggetto della mostrazione, quasi che si mettessi davanti a esso. Quindi, primo punto: il film mostra qualcosa che non sarebbe visibile altrimenti, ma, per mostrarlo, ha bisogno d'essere, il film, dunque d'apparire, e questo apparire, ponendosi di fronte all'oggetto da mostrare, è come se lo nascondesse. Perché? Perché il cinema, così come lo intendono quelli dell'Endimione Crew, è una lente, e la lente, per mostrare, ha bisogno d'essere di fronte all'oggetto, la qual cosa implica necessariamente che l'oggetto sia dia solo in quanto filtrato, se non addirittura enucleato, dall'immagine della lente. Niente di sconvolgente, certo. Ma cosa succederebbe se l'oggetto da mostrare fosse un'immagine, anzi l'immagine? Non è sufficiente interpretare il cinema come strumento, come mezzo per mostrare l'immagine. Un film, per definizione, pone un'immagine, ma questo porre non è un'angolazione su un'ulteriore immagine, e da qui l'estrema intuizione di Riccardo Vaia e Andrea Piazza: se è vero che l'immagine, il fuoco, precede storicamente il cinema, non è altrettanto palese che il cinema, la cenere, si dia esclusivamente dopo. «Il y a la cendre», ma solo grazie alla cenere possiamo intuire il fuoco, l'immagine, la quale, allora, è come se, pur precedendo il film, fosse da esso implicata in un legame di causalità fenomenologica. L'evento non è l'immagine, ma il film. Come spettatore, dunque in quanto corpo, lo stesso corpo dello scienziato protagonista, un Faust allucinato, io sono precluso all'Immagine, la quale, storicamente, mi precede sempre: è, questo, il fiume merleau-pontyano che lavora carsicamente La lunghezza di Planck; per il Marleau-Ponty della Fenomenologia della percezione, infatti, io ho una visione del mondo nel momento in cui sono escluso dal mondo, ed è appunto questa visione a restituirmi un'aderenza, un punto di coestensività rispetto al mondo. In questo senso, l'immagine risulterebbe essere un punto nodale d'immanenza, uno snodo d'immanenza attraverso il quale il soggetto corporeo si ritrova nel mondo, ritrovando cioè il mondo in sé. Ora, cinematograficamente ciò viene realizzato attraverso non solo l'uso sistemico di citazioni, riferimenti e via dicendo ma anche e soprattutto mediante un cinema di genere, di finzione, tra l'horror e lo sci-fi. Quel cinema che detestiamo perché, di fatto, troppo coinvolto col corpo per dar adito all'immagine di essere. Ma qui il problema è un altro. Il problema non è mostrare, far emergere l'immagine, perché l'immagine è già stata, è propriamente l'evento per il quale si è sempre in ritardo (Deleuze) e che dunque non è fenomenologicamente dato, manifesto al corpo, intenzionato da esso - ed è questo ritardo, propriamente, a dare senso al film: «Quanto mi fa incazzare Brakhage, per lui era tutto facile...». Brakhage è il regista dell'immanenza pura, così come Clipson è il regista dell'immanenza spietata, accanita: per loro è tutto così facile, perché il loro cinema è già quell'immagine - e noi siamo in ritardo rispetto a esso, non più solo all'immagine. Il cinema di Clipson e Brakhage non è esperibile corporalmente e, rispetto a esso, noi non siamo corpo ma siamo in esso, indistinti all'immagine; corporalmente, non possiamo averne esperienza, manca totalmente una struttura fenomenologica, in Clipson e Brakhage. La lunghezza di Planck, invece, conserva un umanesimo di fondo che, però, è come schizofrenizzato, forsennato all'inverosimile: non c'è da restituire un'immagine, ma d'indicarla, di ritrovare il luogo della cenere: un cinema dei corpi, per il corpo, ma il corpo è già linguistico, è già organizzato organicamente, e da qui, da questa prospettiva, ora, si intuisce bene la grandezza e la radicalità del gesto dell'Endimione Crew, un gesto eminentemente anarchico, di disorganizzazione del corpo, di mostrazione dell'insufficienza del corpo, dello spettatore, del linguaggio affinché essi possano snodarsi in un evento di pura immanenza che questo film può solo indicare. Se si cita Tarkovskij, è proprio per questo, perché il sacrificio è il medesimo, anche se forse Vaia & Piazza vanno più in là del regista sovietico, trovandosi forse più affini alla sensibilità di Morgan Menegazzo & Mariachiara Pernisa, specie a considerare il loro Iconostasi (Italia, 2015, 15'), che appunto è l'immanenza che il film di Vaia & Piazza dischiude, un'immanenza che dunque necessita, per essere esperita, del gesto di Vaia & Piazza (si potrebbe probabilmente dire che l'un film dischiude all'immanenza, mentre l'altro dischiude l'immanenza): se Tarkovskij si sacrificava in vece di una trascendenza che doveva come coinvolgere, colpire lo spettatore, Vaia & Piazza si sacrificano realizzando un film che non vale come evento d'immanenza ma come porta d'accesso a quell'evento, ed è per questo che parliamo di umanesimo schizofrenico, poiché, oltre a destabilizzare lo spettatore e disarticolare il cinema (momenti negativi), La lunghezza di Planck brilla di una positività che è così autentica e commovente da sembrare un presupposto. E il presupposto è: il cinema, per quanto fascistizzato e ormai corrotto, può tornare a far accedere alla vita, così come lo spettatore, per quanto imbastardito da immagini fasulle, può liberarsi, smettere di combattere per la propria schiavitù guardando finte immagini e prendendole per vere e accedere all'immanenza, concretizzata, nel film, attraverso le sequenze che, appunto, appaio come matrici delle scene più tra virgolette narrative. Allora si può ben dire «un fenomeno detto cinema o vita», ma solo in ultima istanza: prima, bisogna tornare al luogo della lunghezza di Planck e, per farlo, è necessario il cinema come prodromo alla vita, vita che si realizza in un mondo, in un universo che è tale solo in quanto concepito come immagine. Come si è visto, però, l'immagine è ciò che ci precede, dunque ciò che fenomenologicamente manca. Così, alla fine del film, compare una Lei, una donna che non si può dire né nominare né vedere ma solamente invocare, perché la Donna non esiste come insegna Lacan. Ecco, questa Lei è propriamente l'Immagine, che manca ma manca perché c'è il film, cioè il mio corpo. E che cos'è il mio corpo, se non l'eco di un'immagine? Come scrive Bachelard ne La poetica dello spazio, l'immagine è di per sé fauvistica, esiste cioè una trans-oggettività dell'immagine che la determina nella sua variazionalità, nel suo darsi eternamente alla coscienza sognatrice del contemplatore della candela, la cui fiamma invita alla verticalità (La fiamma di una candela). È la costante di Planck: l'energia si muove per quanti che non si situano necessariamente nello spazio e nel tempo, dunque non c'è un'immagine di fondo del mondo, il quale non è e non ha una quantità determinata (Dio non ha inizio né fine) - e però noi siamo in questo mondo, il cinema medesimo lo è, e il lungometraggio di Riccardo Vaia & Andrea Piazza, che si pone appunto nell'interstizio tra l'immagine e l'Immagine, non è altro che la traccia di una linea di fuga dal mondo come immagine, dal mondo conquistato come immagine (Heidegger) al fine di dischiudere una possibilità di esperienza di pura immanenza, di cui il «è il fantasma», un'immanenza impossibile da situare perché luogo dei luoghi (e, aristotelicamente, non ci sono che luoghi), Dio di Spinoza.

17 commenti:

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    1. Festival, per ora statunitensi ma probabilmente e sperabilmente prima o poi anche italiani; altrimenti, contatta i registi, che sono due persone disponibilissime.

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  2. C-A-P-O-L-A-V-O-R-O-!

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    1. Continua a parlare di ciò che non conosci. CIAO DEMENTE!!

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  3. Hai triturato i coglioni con 'sta storia che non appena ti si dice qualcosa o ti si piglia un minimo per il culo parti in quarta col "gnè gnè... tu il film non l'hai visto e io sì!".

    Ma poi, basta vedere l'uso becero e dilettantesco che si fa della tipografia in alcune delle immagini che hai postato per capire che di capolavoro non può trattarsi.

    Poi vabbè, lo so: per te basta avere una reflex da cinquecento euro e giocare di sovraimpressioni e sfocature e si fa grande cinema sperimentale.

    Del tuo demente, invece, a noi, sinceramente, che ce ne cale?*







    *che macchietta, diocristo...

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    1. Cazzo, detto da uno che commenta film che non ha visto, fa proprio male! ^^

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    2. Rispondo come filmmaker autore di Planck, a proposito delle 'scritte' di cui parla Cateto qui sopra.
      L'uso 'dilettantesco' e 'becero' della tipografia che viene rimproverato, è una precisa opzione di lettering, strutturata in ciò che si configura come audio-logo-visione.
      Un 'verbi-voco-visual' che semmai scimmiotto dalla tradizione della poesia concreta brasiliana (De Campos, Pignatari ecc.) Le parole da una parte, le cose dall'altra, sottointenderebbe Foucault. O se si preferisce 'Le voci da una parte, la storia dall'altra', come parafrasava Deleuze riguardo a 'Hitler, un film dalla Germania' di Syberberg.
      Una sorta di 'caco-grafia' che non commenta le immagini, piuttosto le interdice e le divarica. Cordialmente.

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    3. Grazie, Vaia. Fa sempre piacere, quando raramente accade, che alla recensione si uniscano commenti che la sostanziano. (Purtroppo, però, mi sa che con certa gente è fiato sprecato...)

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    4. Riccardo Vaia, io non contesto l'uso del lettering dal punto di vista del concetto. Anzi, di per sé mi sembra interessante; del resto ero certo che il testo non fosse inserito in funzione puramente didascalica.
      Quando dico 'dilettantesco' e 'becero' mi riferisco all'aspetto puramente tecnico dell'inserimento della tipografia all'interno delle immagini e, in particolare, alla scelta dei caratteri e alla loro renderizzazione. Magari è anche voluto eh, ma mi disturba lo stesso.

      Poi vabbè, a voler essere onesti e fermo restando il mio giudizio sulla resa visiva della tipografia nel vostro film, io più che altro prendevo per il culo il povero Yorick e il suo spettro di giudizio che ormai oscilla tra i due poli opposti "merda" e "capolavoro" (termine, quest'ultimo, che per come la vedo io usa spesso a sproposito e con leggerezza), con estrema scarsità di sfumature.
      Per il resto, non ho visto il vostro film e magari è davvero un bel pezzo di cinema, chissà.
      Spero solo che nei prossimi mesi il qui presente padrone di casa non vi declassi pretestuosamente a "merda" cominciando a parlare male di voi su tutti i suoi canali, come è già successo a molti altri.

      Un saluto.

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    5. Certo che ce ne vuole, di coraggio, a parlare di un film e a sparare giudizi su un film che non si è visto.

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    6. Sei un babbo CATETO, Ludione della lampada, il loro film successivo, è stato girato con la Black Magic.

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  4. - Guarda un po' il video che il mio smartphone ha registrato per sbaglio mentre lo tenevo nella tasca posteriore dei jeans.

    - Capolavoro dell'immanenza!!!

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    1. https://www.youtube.com/watch?v=GVNZtlI-kqU

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    3. Hai detto le tue cazzate, te le ho lasciate dire (anzi, grazie, perché i commenti alzano vertiginosamente le visualizzazioni), però ora, per rispetto del film, basta.

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  5. No no, ma figuriamoci. Il rispetto del film prima di tutto!

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