Hungary material (Matériaux de Hongrie)

Una delle cose più interessanti capitate di visionare quest'anno è senza ombra di dubbio il documentario o, meglio, la costellazione di documentari che va sotto il nome di Matériaux de Hongrie (Francia, 2015, 143'), realizzato da Noëlle Pujol. Si tratta, nei fatti, della concretizzazione di un sogno, quello che Jean-Claude Biette espresse nel suo Cinémanuel e che la regista trasporta già in copertina del lungometraggio: «I sometimes dream of a film made from a collection of documentary images, some with their sounds, and others with their lack of sounds, with no music except occasionally what is in the image, while preserving the original length of the shots cut together». Non un avviso d'intenti, tantomeno una giustificazione, piuttosto un manifesto programmatico in effige, che Noëlle Pujol realizza attraverso la messa in atto e mai in correlazione di una serie, foltissima, di riprese datate prima che l'Ungheria facesse parte dell'Unione Europea, cioè nel 2003: Matériaux de Hongrie è precisamente questo, una raccolta indifferenziata d'immagini, originali o di found-footage che vengono semplicemente proposte, senza assimilazioni né linee guida - un montaggio fantasma. Perché una simile scelta? Di certo, non si tratta di far scomparire l'autrice né di decretare la libertà d'espressione, cosa quantomai lontana dall'universo cinematografico; semmai, l'operazione, peraltro più che riuscita, di Noëlle Pujol dev'essere pensata all'interno di un paradigma che è politico nel momento stesso in cui si pone cinematograficamente. Documentare un paese come l'Ungheria, del resto, non può effettuarsi senza una grossa spesa emotiva che trova le sue radici nel carattere eminentemente politico della documentazione. Documentare significa informare, e l'informazione non ha niente a che fare con l'opera d'arte, come insegna Deleuze (cfr. Fotogrammi #35), poiché l'informazione è, effettivamente, una serie di parole d'ordine dato affinché chi le riceve creda in quelle parole. Ma il cinema non ha nulla a che spartire con la credenza, e così Noëlle Pujol si limita a fare quello che dovrebbe fare un regista, specie se alle prese con un documentario: documentare, cioè mostrare. Se l'informazione, la comunicazione, si definisce in base al fatto che vi sia un destinatario specifico, il documentario non ha un destinatario cui rivolgersi ma, semplicemente, l'incontra o, meglio, qualcuno incontra il documentario. Così, Matériaux de Hongrie non è una comunicazione informativa sullo stato di cose presenti in Ungheria nel 2003. Scegliendo di non montare, di non tagliare le sequenze in post-produzione, la regista fa una scelta di fondamentale importanza, perché annulla totalmente lo stato di cose per emancipare il dinamismo di cui quello stesso stato di cose, il medesimo così come potrebbe essere dato da un telegiornale qualunque, non è che una secrezione, una realizzazione parziale; se Matériaux de Hongrie è un film-fiume è proprio per questo, perché straripa, va al di là della sequenza nel momento stesso in cui ogni sequenza vale di per sé, non è correlata alle altre, ed è quest'assenza di correlazione la correlazione fondamentale: non c'è causalità che non sia caotica, indiscernibile, magmatica, e si tratta, allora, di coglierla nel suo essere magmatico, tellurico, sì da fare dell'opera in sé non un'informazione ma qualcosa di informativo e informante, che abbia valore proprio nel suo essere slegata da una causalità causativa degli eventi; invece, in Matériaux de Hongrie, non c'è causalità che causi gli eventi, che li determini dall'esterno, come al telegiornale, ma gli eventi stessi sono la causa di sé, e il documentario di Noëlle Pujol non è altro che l'estremo tentativo di far emergere una catena causale di cui ogni evento, ogni sequenza, più che esserne un anello, è una finestra con una precisa angolazione sulla totalità della catena. Ed ecco, allora, comparire non solo la grandezza di un film simile, ma anche la necessità di una tale operazione: non solo Noëlle Pujol slega il cinema dal potere, ma attraverso il cinema fa in modo che anche ciò che è stato registrato dal cinema respiri un afflato di libertà, che gli manifesti la possibilità di slegarsi definitivamente dalla coercizione della polizia.

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