Elettra, l'attesa


Si vedeva, a proposito de Il mostro verde (Italia, 1966, 14'), come in principio fosse la dualità, il doppio, l'androgino, e come in effetti questo principio agisse in maniera estranea ed estemporanea rispetto a ciò che da esso sarebbe disceso; in questo senso, non bisogna pensare al Due alla stregua di qualcosa da cui vengano emanate le differenze e le somiglianze, per quanto la differenza e la somiglianza, ponendosi al di là del principio d'identità, necessitino di una polarità, di un doppio, tanto meno bisognerebbe pensare all'emanazione, cosa che farebbe di questo Due un'unità sghemba di matrice platonico-plotiniana: piuttosto, si tratta di concepire la dualità come immanente e interna al sistema che da essa prende origine, come limite e, contemporaneamente, come meccanismo di risonanza del sistema. In questo senso, Elettra, l'attesa (Italia, 1986, 18') manifesta concretamente ed esemplarmente la posizione che viene ad assumere ogni film di De Bernardi successivo a Il mostro verde. Sia chiaro, non stiamo dicendo che ogni film di De Bernardi sia identico all'altro, ma, semmai, che la cinematografia del regista piemontese assume davvero una compattezza che ne fa qualcosa di sistemico e sistematico; Elettra, l'attesa, infatti, procede o antecede l'inizio e la fine, non si colloca rispetto a qualcosa, cioè non ha propriamente un origine e/o una fine: semplicemente, risuona - e questo risuonare è propriamente il farsi della pellicola, che, escludendo principio e fine, fa come in modo di collocarsi all'interno di limiti che, comunque, non riguardano la sua più intima essenza. Ora, qual è questa essenza? Appunto, la ricerca di un linguaggio privo di significazione, che si situi quindi al di là del dire o dell'indicare, oltre che dell'informare e del comunicare, e, come sarà per Uccelli di terra (Italia, 1992, 9'), questa ricerca, che presuppone in anticipo una dualità (qui il passato/futuro, lì l'umanità/animalità), non può che confermarsi nel momento stesso in cui penetra il senso del non-senso e il non-senso del senso; allora, l'Elettra di Sofocle diventa qualcosa d'altro rispetto al dramma greco, ma questo divenire-altro implica necessariamente anche un'alterità, più fondamentale che fondante, rispetto alla materia stessa di cui si compone l'opera di De Bernardi, ovvero al cinema: probabilmente, non c'è cinema, in Elettra, l'attesa, ma non c'è cinema poiché il cinema in sé trascende e surcodifica la singolarità della singola opera, sicché bisognerebbe piuttosto affermare che il cinema assente in Elettra, l'attesa è come rimpiazzato dal cinema di Elettra, l'attesa, il quale, comunque, non si fa universale ma, anzi, rivendica la concretezza del peculiare, del singolare che non è stato fatto ma va facendosi, assieme cinema e vita. Ecco perché De Bernardi è così preso dallo specificare sempre che non c'è poi molta differenza tra la sua filmografia e la sua biografia, e ciò non viene reiterato attraverso film documentari o auto-biografici bensì attraverso finzioni reali che diventano immediatamente realtà inficiate dalla finzioni; del resto, un film auto-biografico è influenzato dalla vita ma, esso, è come chiuso in sé, una volta concluso, e non può affettare un'esistenza, mentre invece il cinema di De Bernardi viene, sì, affettato dalla vita ma, contemporaneamente e forse soprattutto, continua a riverberare, a risuonare e, con ciò, s'immette immediatamente nella vita, influenzandola. Così, Elettra, l'attesa propone, più che una riscrittura del dramma sofocleo, un atto pervasivo del presente, suo unico tempo: non si tratta di recuperare Sofocle e neanche di riscriverlo quanto, piuttosto, di fare in modo che il futuro riverberi di esso, del suo dramma. In questo modo, ci troviamo di fronte a un personaggio che è incarnazione stessa dell'umanità o, il che è lo stesso, a una serie di personaggi che non sono esempi umani ma l'umanità tutta intera - e la poesia è la sua parola, poiché essa trova concretezza e verità in essa (e non viceversa); eccola, l'umanità di De Bernardi, assorta e contemplativa di fronte alla macchina da presa, sul palcoscenico di un dolore ancestrale che è propriamente la Dualità e che, come tale, l'antecede, sta prima di essa... nessun ottimismo in tutto ciò, sia chiaro; più che altro, un'attesa di qualcosa che forse non avverrà mai, e questo non avvenire è la produzione del presente, il farsi temporale del film medesimo che scongiura la morte e ritrova il carattere comunitario dell'essere umano come se non potesse essere umanità senza comunità (con tutto ciò che questa parola sottende: condivisione, parola, arte, sentimento e via dicendo).

10 commenti:

  1. Anche questo lo danno a Rotterdam? Dimmi che è recuperabile, vacca madonna.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Visto che hai bestemmiato, te lo passo volentieri. Solo, devi darmi un paio di giorni ché sto uppando altra roba...

      Elimina
    2. Porcoddio lo voglio anch'io...

      Elimina
    3. Scrivimi qui: talkinmeat@gmail.com

      Appena l'ho rippato e uppato, te lo passo.

      Elimina
    4. Oh bene! Aspetto, non ho fretta.

      Elimina
    5. Oh bene! Aspetto, non ho fretta.

      Elimina
    6. Oh bene! Aspetto, non ho fretta.

      Elimina
    7. Com'è che ogni volta fai quarantamila copie di un solo commento? :/

      Elimina
    8. Perché il multisala si ciuccia la mia banda e laggo, purtroppo!

      Elimina
    9. Perché il multisala si ciuccia la mia banda e laggo, purtroppo!

      Elimina