Echoes



Una delle esperienze filmiche più intense dell'anno, Echoes (Canada, 2015, 6') lascia chi lo vede in una specie di limbo che non solo ha a che fare con una sospensione in cui si attende di - lasciare questo mondo, andare al di là di esso, quindi in una terra di mezzo, spazio di in cui ogni strada è chiusa e non si può che camminare sul posto, ma ha anche a che fare con una sospensione temporale ed è proprio qui che Jaimz Asmundson gioca tutto: il sogno premonitore prima, i ricordi dopo, la realtà agghiacciante della morte che rende tutto estremamente presente, sono echi, appunto, il che significa che, mentre le onde attraversano, non solo il cortometraggio intero, ma anche lo schermo e lo spettatore, la distanza percorsa non esiste e, nell'evocazione dell'immagine, questa si fa un qualcosa che, degradandosi, perde materia, non per usura, ma perché non appartiene più alla terra ed infine alla donna morta, non è più fisico e non è più mente, è qualcosa d'altro. Le scritte che scorrono lungo lo schermo sono il lascito di una vita che si narra e che dunque ha a che fare con una rappresentazione di essa. È con la morte però questa rappresentazione perde di importanza e la parola, insieme all'immagine, si mostra per quello che è, ovvero l'effimero della vita, che viene in Echoes totalmente stracciato via: è il corpo, non la scrittura o l'immagine, le quali ancora si legherebbero ad una presenza fisica - a meno che non si riesca a fare della scrittura una carne lacerata, come solo pochi hanno saputo fare (Artaud, ad esempio) - a perdere la sua consistenza in questo limbo che ci rende tutto estremamente presente. È come se l'immagine della pellicola si trovasse immediatamente attaccata al corpo e dunque non può, con la morte, che perdere consistenza perché Echoes è, alla maniera di Brakhage, corpo e immagine, che periscono nello spazio ma non nel tempo, perché nell'eterno presente. La morte qui è infatti ciò che manca anche se continuamente presente ma è presente solo nella sua attualizzazione, che però non è esperita direttamente ma sempre differita in un'altra dimensione, ovvero non è la morte di qualcuno ciò che viene vista, semmai è la morte sempre evocata, in un sogno prima e nella memoria poi, ma capiamo bene che mai c'è una consistenza piena, perché sempre nell'immagine ma non l'immagine creata, per esempio, dai telegiornali o dalla pubblicità, che inficia sì la nostra quotidianità ma che possiamo, con una giusta dose di ottimismo, scardinare, rendendoci conto del consenso che forma. No, in Echoes l'immagine è sempre originaria, perché non si attualizza nei modi in cui viene mostrata - il sogno, i ricordi - come fantasma dell'uomo, come quindi qualcosa che viene dopo l'esperienza e, di conseguenza, dopo di noi, ma come immagine che ci precede e quindi, appunto, ciò che possiamo vedere con gli occhi non è tanto ciò che viene visto ma ciò che ci fa vedere: corpo e immagine, le quali, degradandosi, tornano ad un precedere che è cosmico, pura visione che non può che porre tutto sullo stesso piano, su cui, cioè, non è stato costruito nulla perché la materia perde via via consistenza, non potendo quindi il film che portarci ad uno sfaldamento dell'io che, oltre a farci perdere l'identità, ci fa dubitare della nostra stessa consistenza.

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