Bang Utot



«Bang-utot, letteralmente "tentare di alzarsi e gemere..." 
Morte che sopravviene durante un incubo...
 Questa malattia si ha in maschi di estrazione Sud Est asiatica... 
A Manila si annoverano ogni anno circa dodici casi di morte per Bang-utot.» 
(William S. Burroughs, Pasto nudo)

Dopo un intenso periodo trascorso a schizofrenizzare il cinema in quanto istituzione al fine di eccederlo da tutte le parti, operazione che trova forse in No more lonely nights (Italia, 2013, 20') la sua cifra più rappresentativa, Fabio Scacchioli & Vincenzo Core cambiano letteralmente pelle, sfornando un capolavoro di inedita bellezza e straordinaria inquietudine: Bang Utot (Italia, 2015, 27'), un cortometraggio tra virgolette in studio, girato cioè in un teatro di posa, dunque si capisce bene come già nei presupposti la posta in gioco sia diversa, poiché, se da una parte avevamo tutta un lavoro, meticolosissimo, di found-footage su materiale pre-esistente, ora ci troviamo di fronte a una creazione ex nihilo; tuttavia, se, come insegna Lucrezio, ex nihilo nihil fit*, allora dovremmo pensare diversamente quest'originarietà, considerandola come una sorta di inizio già iniziato. Il sogno stesso, del resto, è ciò che s'insedia tra due veglie, e, se a seguire Blanchot dovremmo comunque affermare che «la notte, l'essenza della notte non ci lascia dormire»**, allora è bene pensare quest'opera come a una specie di cavità nera, un abisso con una propria, specifica potenza magnetica che, per quanto differente dal paesaggio in cui sorga, non è possibile dirlo comunque causa sui. Si sperimenta così, sebbene ancora in maniera opaca, la stretta parentela che affamilia un'opera come Bang Utot alle precedenti, giustificando, peraltro, quello Scherzo (Italia, 2015, 5') che, lungi dal recuperare esclusivamente i lavori precedenti, palesa la propria posteriorità rispetto al film più burroughsiano di Scacchioli/Core; questo, infatti, giocandosi sui fortissimi contrasti di un bianco e nero pienissimo, fa emergere sin da principio un'atmosfera angustiata, che continuerà comunque a lavorare carsicamente l'intero cortometraggio: una donna seduta su una sedia, un uomo che la spia da dietro una serratura, e tutto ciò porta subito alla mente, come peraltro evidenziato dall'inquadratura finale, quei vecchi Keyhole films delle origini, anche se ora non si tratta affatto di voyeurismo quanto, piuttosto, di scoprire l'occhio che guarda, di rispondere alla foucaultiana domanda su chi sorvegli il sorvegliante. E subito la risposta: il cinema. È il cinema non il motivo ma l'oggetto di Bang Utot, un cinema variazionale, sezionato e analizzato sotto i più disparati punti di vista. Le luci, in questo senso, giocano un ruolo fondamentale, poiché si tratta, ora, di non privarle della consistenza ontologica che è loro propria: così, non è che ci siano luci perché le vediamo riflesse nei volti, ma i volti stessi si fanno e si disfano a causa dell'illuminazione, la quale, allora, è come se li precedesse e li originasse. Naturalmente, qui illuminazione vale per cinema o, meglio, un aspetto del cinema, aspetto che, però, se addizionato al fatto della visione, porta subito ad impressionare, poiché, se è comunque un fatto che non si veda senza luce, siamo con ciò portati ad affermare che la luce non soltanto preceda la visione, essendone condizione di possibilità, ma sia di per se stessa sguardo, occhio, e quest'occhio è performante, nonché ostensivo nel suo gesto, il guardare e il vedere appunto. Il sogno diventa così qualcosa di più profondo e indomabile di ciò che si situa nel sonno: esso «è il custode, non il perturbante del sonno»***, e in quanto tale è una visione nella notte, visione che non ci lascia dormire, sogno dell'insonnia, in cui, riprendendo il Deleuze più crepuscolare, «non si tratta di realizzare il possibile, ma di esaudire il possibile, ora dandogli la massima estensione per poterlo trattare come una realtà diurna della veglia, al modo di Kafka, ora, come Beckett, riducendolo a quel minimo che lo sottomette al nulla di una notte insonne. Il sogno è il custode dell'insonnia, per impedirle di dormire»****. Terzo aspetto del cinema in Bang Utot, allora: il cinema è ciò che fa vedere nel buio, ma non accendendo delle luci, poiché, comunque, si continua a dormire o a soffrire d'insonnia, bensì vediamo nell'oscurità poiché l'oscurità è qualcosa di materiale, dotata di un occhio che, una volta che siamo presi in essa, (con)fusi in e con essa, è il nostro stesso occhio. E così Lacan: «L'elaborazione del sogno è nutrita dal desiderio». Quale desiderio? Un desiderio che, lacanianamente, ci precede e si impossessa del nostro corpo. Cinema come desiderio, dunque? Probabilmente, non è questo il punto. Il punto è ritrovarsi, nuovamente, coinvolti in un cinema che ci precede, del quale il nostro sguardo non è che un resto, un residuo, e la grandezza di Bang Utot sta proprio nello smascherare di quale eccedenza si tratta; se, infatti, il cinema viene prima, allora, per intendere lo sguardo, bisogna intendere il cinema, ribaltare la fenomenologia: non sono io che intenzione l'oggetto ma ne sono intenzionato. Da cosa? Primariamente, da una finzione. In diversi punti si sente la voce di Scacchioli dare ordini all'attrice, ma basta questo a mostrare la finzione? meglio, a sostenere la tesi che il cinema sia una finzione? No, semmai il cinema non può darsi nell'unicità del film, poiché il film rimane qualcosa d'incompleto, e l'uso intelligentissimo che Scacchioli/Core fanno del teatro di posa è molto più profondo di quello jodorowskiano: per Jodorowsky, il cinema è una finzione, cade lo scenario e finisce il film, ma per Scacchioli/Core il cinema è una finzione perché è vera, cioè c'è qualcuno che dà ordini, che nella sua realtà finge - e il film non è altro che la cenere di questa realtà, della quale, cinematograficamente, rimane traccia nella finzione. Ricapitolando: statuto ontologico alla luce, statuto ontologico alla finzione. Ma da dove viene la luce? cos'è la luce prima che si materializzi in un volto o in un colore? e chi è quel qualcuno che dà ordini? perché non resta nel film? Questa è l'origine iniziata del film in quanto tale, e non è un caso che Scacchioli/Core partano mostrando colui che guarda, il sorvegliante, poiché si trattava di compiere qualcosa di più pregnante, qualcosa, cioè, che localizzasse il sorvegliante del sorvegliante, il cinema del cinema, e la conseguenza di tutto ciò è delle più inquietanti e, contemporaneamente, estasianti: la donna seduta al buio e guardata da dietro la serratura di una porta diventa essa stessa quella serratura. Alla fine di Bang Utot, non c'è più filtro. Chi guarda si guarda vedere e non vede altro che il proprio sguardo, la lente attraverso la quale quella visione gli è garantita; allo stesso tempo, però, scompare, sbiadisce l'oggetto puro della visione, e di vero resta soltanto la finzione. Ecco, il gesto miracoloso di Scacchioli/Core, far emergere l'aporia per cui, da una parte, esiste soltanto il cinema e, dall'altra, il cinema non esiste, ma queste due parti sono indiscernibili, si trapassano e si compenetrano, lasciandoci nell'indecisione, nell'aleatorietà, nell'indecibilità. Lo spettatore è già catturato nella macchina filmica - e dissolto in essa, da essa. La domanda non è più cosa esista o cosa non esista, ma da che punto si guardi, perché in quel punto si è visti guardare dal proprio sguardo: si muore, ma non nel sonno bensì del proprio sonno... e questo sonno è custodito dal sogno della morte, che è cinema, Bang-Utot, cinema che custodisce la vita lontano da essa e comunque in essa - cosa che esiste tra ciò che non esiste.


* Fuor di locuzione e più correttamente, «nullam rem e nihilo gigni divinitus umquam» (De rerum natura).
** Lo spazio letterario.
*** Sigmund Freud, L'interpretazione dei sogni.
**** L'esausto.
***** La direzione della cura e i principi del suo potere.

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