A Glória de Fazer Cinema em Portugal



A Glória de Fazer Cinema em Portugal (Portogallo, 2015, 16') è molto più di un film del mistero, è il mistero del film, del cinema portoghese, del suo inizio: insomma, Manuel Mozos vuole porre non tanto una risposta e forse neanche una domanda (da dove inizia il cinema portoghese?), in quanto porre una domanda significa già insinuare e delineare un ventaglio di risposte o modi di rispondere possibili, quindi aprire la strada ad un terreno di risposte. Potremmo infatti dire che A Glória de Fazer Cinema em Portugal non fa nemmeno questo, perché il finale, e con esso anche tutto il film, si presentano come una continua domanda sulla domanda, quasi a non voler delineare davvero la domanda posta implicitamente e questo non perché non si considera seriamente la questione, anzi, piuttosto potremmo dire che si tratta di un mistero insondabile, che tuttavia esiste e che non crea un campo di risposte perché queste apparterrebbero al dicibile, al visibile: Mozos è assolutamente sincero quando costruisce e mette insieme le parti di questo cortometraggio e lo fa con estrema cautela e sensibilità (sensibilità che avevamo già notato in João Bénard da Costa: Outros amarão as coisas que eu amei (Portogallo, 2014, 75')), perché sa che il cinema non si riduce alla sua attualizzazione in film ma è anche l'evento cinema, è qualcosa di indicibile ed invisibile, che non concerne la possibilità di essere rappresentato nell'immagine e tuttavia sussiste in essa. Il film di Mozos risulta composto da suoi girati e da quelli di un gruppo misterioso che alla fine degli anni '30 cerca di fare quello che ha tutta l'aria di essere un attacco contro lo Stato e questo non lo intendiamo nella sua forma consueta e tuttavia ci somiglia o è così che viene posto da Mozos, o meglio, l'insieme degli elementi in suo possesso non fa altro che portare a questo, ad un gruppo, la cui pericolosità, perché di pericolosità si tratta - anche se non è fatta attraverso le armi - concerneva uno sconvolgimento, uno snodo che avrebbe portato ad una rivoluzione cinematografica. Parliamo sì di rivoluzione, perché fa parte del potere del cinema, quello di sconvolgerci, non tanto come educazione di massa, ma in riferimento ancora a quella possibilità che crea di esperire un'intensità, i cui contatti ci riportano in un non-luogo, il quale non ha a che fare con Augé, piuttosto con il ribaltamento del nostro concetto di luogo inteso come spazio, come esteriorità che calpestiamo, insomma, il non-luogo del cinema: abbiamo le immagini, proiettate sullo schermo, sia quelle ritrovate da Mozos, sia quelle girate dallo stesso e poi abbiamo ciò che sussiste in esse, che è qualcosa di totalmente astorico. Per quanto infatti le immagini degli anni '30 siano rovinate, questo non è il punto fondamentale. Chiaramente, questa rovina c'è, in quanto pellicola, in quanto materia, è sempre soggetta agli effetti del tempo, ma non è tanto questo che ci crea quella certa sensazione, la quale è di carattere diverso rispetto a chi le guardava un tempo e tuttavia la forza delle immagini rimane: se le immagini di un treno che va verso la macchina da presa non ci fanno più alzare in piedi, scappando e urlando, ci sono invece sensazioni che, pur mutando, rimangono, al di là dell'epoca specifica, perché sono al di fuori di essa: il recupero di Mozos si prefigura quindi come qualcosa di importante ed il suo stesso film lo rende tale, perché dà a questo recupero la giusta importanza, impregnando il cortometraggio di un mistero che è, in definitiva, il mistero del cinema, il suo carattere di indicibilità, di invisibilità. E da qui l'importanza di certo cinema, al di là del suo essere vita, piuttosto qualcosa che la precede ed eccede...



Nota: nell'ultimo fotogramma c'è uno dei rappresentanti del gruppo del '30 con Manoel de Oliveira... Rivoluzione nel cinema riuscita o mancata?

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