88:88



Il discorso fatto da Isiah Medina in 88:88 (Canada, 2015, 65') è estremamente elaborato e presenta più stratificazione che comprendono al loro interno una riflessione cinematografica non da poco e lo sottolineiamo non solo perché Medina ha la stessa età di coloro che scrivono in questo blog e che rende il suo (anche se manca un autore forte) film uno degli esempi filmici più convincenti di una generazione sulla sua stessa generazione ma anche perché riflette sul mezzo ed il suo utilizzo per esprimere un discorso che lega strettamente il cinema alla realtà, non essendo per Medina esistenti se non contemplati su uno stesso piano: 88:88 si può in parte ricollegare alla tradizione che vede autori come, per esempio, Pincus che in Diaries: 1971-1976 (USA, 1982, 200'), nei suoi momenti migliori, riesce ad avere delle riprese spontanee in cui la videocamera sembra si annulli: Medina cerca di ottenere lo stesso effetto, nonostante la percezione di un certo atto recitativo, che però non si riesce ad inquadrare appieno nella sua definizione. Ci sono parecchi punti in 88:88, infatti, in cui le riprese quotidiane vengono vissute in un modo più vicino al cinema di narrazione ma è proprio con questa doppia attribuzione - spontaneità e recitazione - che Medina cerca di creare le scene, dando un taglio netto al determinismo proprio del film già costruito: la sospensione della voce fuori campo o della stessa scena non sono fatte solo per creare una sospensione nello spettatore che si aspetta una continuazione ma crea un effetto in cui si sente venir escluso dallo stesso film, come se venisse d'improvviso spinto fuori da qualcosa, dal film in cui si era immerso, accusando il colpo ogni volta. Questa spinta sembra quasi cercare di porci in una condizione di sfasamento, in cui continuiamo ad oscillare tra il dentro ed il fuori del film, e sono anche alcune scene del film stesso a darci questa impressione, perché si diversificano tra loro ed il punto non è solo l'assenza di una narrazione, perché una narrazione c'è, solo che non è concepita come un qualcosa che si rifà ai singoli protagonisti, piuttosto sono come eventi del mondo che si incontrano e che hanno bisogno di qualcuno che li viva nel mondo per farsi vedere. Ciò che Medina sembra voler esprimere in questo film è un tentativo di un'uscita da un campo di esperienze date dal luogo e tempo in cui ognuno abita (luogo e tempo parziale, non inteso come del mondo, ma relativo ad una certa condizione sociale), non tanto con un ottimismo all'americana, quanto piuttosto con un disperato ottimismo di poter fare qualcosa, che ci possa essere cioè una certa soglia di decisione da parte del soggetto sulla propria vita e sul mondo. Ed eccola la sospensione, l'88:88 in cui tutto si è fermato, il momento in cui si va nel panico per un'improvvisa interruzione delle nostre attività quotidiane, il momento in cui il soggetto opera nella e sulla crisi per affermare se stesso e la sua volontà: sospensione non eterna però ed infatti, come dicevamo, Medina non è un ottimista sciocco, ma pone l'interruzione come intermittenza, come creazione di tagli nello scorrere indifferenziato, che non si arresta mai. Gli attori, infatti, lungi dall'essere semplici marionette, sono anche amici di Medina ed è l'amicizia che dà la carica al film, un legame che è qui vissuto onestamente, un legame in cui ci si scopre di fronte all'altro ma non per l'altro, per sé stessi, per, infine, ritrovarsi come l'altro, in un rapporto di differenziazione e risonanza ed è proprio questo che risuona nel film, dove, in fondo, non troviamo differenza tra il cinema e la vita...


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