100% Gray Coverage


C'è qualcosa nel cortometraggio di Casey Reas, 100% Gray Coverage (USA, 2013, 10'), che possiamo dire emerga dal collage, che risulta consistere in segnali fratturati e distorti, i quali vogliono creare un nuovo collage, che si differenzia però da altri collage per la radicale assenza della produzione di una forma: il segnale e il rumore non smettono di essere tali ma vengono a costituire per noi lo spiegamento di quella che non risulta essere una nuova struttura, quella digitale, è piuttosto la medesima, solo che scomposta, in cui cioè le serie che la costituiscono sono rese evidenti, emergono di per sé e vanno comunque a formare il film stesso, 100% Gray Coverage, il quale, infatti, in un mondo post-autore che non ha più bisogno di una narrazione per fare film, cerca piuttosto di problematizzare il mezzo digitale, riuscendo a sbarazzarsi anche della forma e a creare, non tanto lo sradicamento di una struttura quale può essere quella digitale, quanto piuttosto la sua esaltazione, pur nella scomposizione delle immagini, anzi, proprio grazie a questa. Semplice agglomerato di errori quindi? Se, per esempio, prendiamo in considerazione Rothkonite (Italia, 2015, 2'), dove si trattava di considerare il cortometraggio come la stessa variazione dell'errore, il quale faceva in modo di renderci una pura singolarità, in 100% Gray Coverage ciò che si presenta invece è la registrazione di questo errore, il quale però, come dicevamo all'inizio, costituisce una struttura di per sé, la quale non si pone in un rapporto di superiorità o inferiorità rispetto ad altre strutture (per esempio e in questo caso, quelle di immagini definite, comuni), ma esiste di per se stessa - e dunque non è mai errore in quanto tale, perché perfettamente aderente al suo esistere, si pone infatti sullo stesso piano di altre strutture (l'analogico, per esempio) -. Ciò che può fare e fa, invece, è creare qualcosa che non è come il resto, che eccede la struttura: infatti, la particolarità che costituisce 100% Gray Coverage è proprio il suo carattere infrastrutturale, nel senso che emergono e diventano compresenti, immagini di altro tipo - seppur veloci e mai chiare, limpide ma sempre sovrimpresse - che ci mostrano forme, figure di persone, che si imprimono nei nostri occhi, creandoci una specie di shock: ciò che Casey Reas sembra qui fare sembrerebbe essere dunque un rovesciamento del sistema referente, dominante, nel quale è la forma ciò che costituisce il film, mentre il disturbo è l'errore, ciò che dà fastidio, ciò che, appunto, va eliminato: nel cortometraggio di Reas, invece, è la forma ad essere il disturbatore, dove l'errore è invece ciò che domina ma domina solo temporalmente. Infatti, si tratta di pensare all'errore, non come all'insano, quindi in un rapporto di inferiorità, ma di vedere questo insano come il semplice risultato della struttura, non l'outsider quanto piuttosto un'insider, il quale, è necessario per la costituzione stessa della struttura e, non solo, è necessario in quanto elemento singolare, che opera una necessaria differenziazione della struttura, che altrimenti sarebbe rigida e, di conseguenza, perirebbe brevemente. Si tratta quindi di accogliere questo elemento singolare, non tanto per inglobarlo - certo, è dentro il film ma lo è come realtà a sé, non perde la sua particolarità - quanto piuttosto per farlo emergere ed esistere affinché continui a produrre uno shock, sussistendo quindi come particolarità. 100% Gray Coverage si configura come un tentativo di portare il cinema nelle immagini televisive di cui è composto il cortometraggio, cosa che è avvenuta spesso in passato, come, per esempio, con Godard e tuttavia Casey Reas lo fa in un modo completamente nuovo e maggiormente rivoluzionario: scomponendo il digitale, rendendo l'intero film l'elemento che scombussola - e non il contrario, ovvero ciò che produce shock non è la particolarità, ciò che c'è in misura minore, le forme di persone che compaiono sullo schermo, difficilmente percepibili  -, Reas supera e produce un nuovo divenire cinema dalla televisione... Avevamo bisogno degli anni duemila...  


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