Untitled (Horse)



Una delle cose positive di conoscere certi nuovi film è vedere come la sperimentazione cinematografica continui ad espandersi, mentre per altre arti il rinnovamento sembrerebbe oramai sempre più difficile. Certo, il cinema è un qualcosa di estremamente giovane, ma se Rajee Samarasinghe ha potuto fare Untitled (Horse) (Sri Lanka, 2014, 4') non è certo partendo dal cinema che ci è riuscito, o meglio, il cinema l'ha preso dalle sue fondamenta meno sospette e tuttavia così vicine. Chi ha mai sentito parlare di Eadweard Muybridge sa bene che ha più a che fare con la fotografia, però noi sappiamo bene anche che la fotografia ha in sé la possibilità di diventare cinema, nonostante la sotto-soglia percettiva su cui si muove per diventare tale cinema: lo stop-motion ne è una prova, così lo stesso rullino della macchina da presa. Che senso ha accennare a queste cose? Ebbene con questa introduzione non vogliamo far altro che immettere Rajee Samarasinghe in un discorso più ampio, in una sorta di sviluppo di cui non ci interessano tanto le implicazioni storiche, piuttosto vogliamo evidenziarne la potenza: Untitled (Horse) deve questa sua potenza proprio alla sua costituzione-formazione, la quale provoca una destabilizzazione dell'individuo e da cui risulta una visione che possiamo affermare come maniacale, che ci colpisce e di cui possiamo esperirne l'origine solo - per gli occhi meno allenati - rallentandone la velocità. Ecco che vediamo come Untitled (Horse) sia costituito da frammenti di uno stesso video spezzettato, riordinato e intervallato dal nero di modo da riprendere lo stop-motion ed andare al di là di esso: non più immagini ferme a cui viene dato movimento per la loro successione rapida, piuttosto frammenti di immagini in movimento, non sempre consequenziali, anzi, intervallate da altri frammenti di immagini in movimento. Aggiungere nel film una sua accelerazione, scardinandone il tempo: ecco che vediamo come la ricerca di una maggiore chiarezza, quale poteva essere l'intento di Muybridge, sia ora totalmente assente, perché non ci interessa più, piuttosto questo ci sembra essere un tentativo di andare al di là della nostra visione rassicurante, ordinaria e a velocità umana: al di là dell'umano, del cavallo, di qualsiasi nostro divenire, Rajee Samarasinghe cerca di sfondare i limiti ordinari e quasi tollerabili, riconducendoci al di là di qualsiasi nostra possibilità, esperendone così di altre, totalmente oltre, che solo ora e con questo mezzo possiamo esperire, in un extra-umano, che ci porta ad una momentanea destabilizzazione, in un vortice di sperimentazione senza l'interesse di arrivare a qualcosa di utile, bensì con la sola volontà di sperimentare l'inumano, creando così un sorta di nuova extra-territorialità fatta di estrema dinamicità, con la quale, è vero, l'occhio fa estrema fatica e per alcuni è particolarmente oltre le proprie capacità, tanto da avere una possibile crisi epilettica, e tuttavia non è impercettibile, anzi, perché un'eventuale crisi la si ha proprio perché è percettibile. Ma alla fine di tutti questi discorsi ci viene in mente un'altra cosa, ovvero che se provassimo ad andare a cavallo in fondo non esperiremmo che una sorta di intermittenza, non una visione continua o solo veloce: ecco che capiamo come quella dinamicità che ci sembrava non umana sia solo il nostro primo impatto e di come Rajee Samarasinghe in fondo non faccia altro che provare a ricreare un'esperienza, questa volta sì, extra-umana nel senso che esperiamo una visione di estremo movimento pur stando seduti, come accade in altre modalità in tutti i film, solamente che oramai non scappiamo più dalla sala come poteva avvenire all'inizio del cinema, abituati come siamo ad esso. Untitled (Horse) non ha così bisogno, per esistere, di un nome, piuttosto di potersi riprodurre in una sala cinematografica e far sì che il cinema torni ad impressionare chi lo guarda.  


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