τοπίο (topío)



«L’opera di architettura funziona come un topío
accoglie nel suo spazio tutte le cose esistenti prodotte dalla vita e dall’uomo» 
(Aris Konstantinidis)

Dopo Piano Pi_no (Italia, 2014, 14'), quest'anno Ignazio Fabio Mazzola esce con tre film: S_S (Italia, 2015, 10'), da DO a DA (Italia, 2015, 7') e quest'ultimo, τοπίο (Italia, 2015, 5'), e noi crediamo che debbano essere pensati tutti assieme, questi tre film, quasi a formare una sorta di trittico, il quale, però, dev'essere necessariamente carpito nella sua sostanziale differenza che, di fatto, rende i tre cortometraggi irriducibili l'uno all'altro, poiché è questa differenza, in ultima istanza, a dare come la sensazione che il regista pugliese si stia in realtà muovendo in uno spazio vuoto che per definizione è continuamente il medesimo oppure, il che è lo stesso, non può essere concepito come stratificato internamente, con zone d'ombra e di luce; del resto, da DO a DA e τοπίο condividono una certa sensibilità nei confronti del luogo, che non è affatto una sua celebrazione, cosa peraltro già sottolineata dai due ritratti precedenti, S_S e Piano Pi_no, sicché, da una parte, abbiamo una tensione verso il frammento, mentre, dall'altra, sia ha una predisposizione verso il luogo che, dunque, appare di per sé frammentato, molecolare, come un corpo prima dell'assunzione dell'organismo. In questo senso, crediamo che si debba pensare a τοπίο alla stregua di un tentativo di rimanere nel frammento del luogo, nell'impossibilità di costituirlo per intero, di dare di esso una panoramica che, ineluttabilmente, perderebbe i vuoti che lo compongono, le diagonali che s'intersecano e che svaniscono qualora si considerassero soltanto i punti d'intersezione e, ovviamente, le intensità, le stesse che in da DO a DA non erano soltanto matrici di estensioni geometriche ma picchi irriducibili alla stessa geometra, caos immanente alla perfezione che solo l'occhio di Dio, avendo una prospettiva totale, panica, può contemplare. Così, la masseria non si presenta mai, nel corso del cortometraggio di Ignazio Fabio Mazzola, né veramente si dà; accade, piuttosto, che la macchina di Mazzola non catturi ma sia semmai catturata dalle tensioni che intercorrono tra gli spazi minimi, inosservati, pericolosamente sottostimati, come ad esempio un pezzo di staccionata, e sia da questi, in fondo, protratta, quasi che il gesto ostensivo finale, una finestra di jacobsiana memoria (Window), sia di per sé fulcro di una visione del luogo sul luogo, un'autoscopia che il luogo, la masseria Tarsia Morisco, può finalmente permettersi grazie all'enucleazione dell'apparecchio cinematografico, il quale, allora, non è già, fenomenologicamente, un'intenzionalità di un soggetto trascendentale, che intenzione il luogo, rappresentandolo, ma l'intenzione medesima del luogo - non una luce su di esso ma una luce da esso, che si avvita, si torce su di esso. Ciò, naturalmente, non significa affatto che una tale autoscopia sia di per sé una panscopia, poiché, come dicevamo più sopra, il luogo non si dà mai per intero, e da qui la possibilità di interlacciarsi, come luogo, con l'immagine cinematografica: come insegna Georges Didi-Huberman, l'immagine è sempre parziale, singolare, frutto di uno strappo più che di una cesura, strappo che, però, inevitabilmente, produce una singolarità estratta da una totalità; questa totalità, comunque, non va a perdersi, e anzi è come se la singolarità se la portasse seco, solo virtualizzandola, e così τοπίο, mostrando pezzi, frammenti della masseria restituisce di essa non tanto la sua forma attuale quanto, piuttosto, la possibilità stessa della sua forma, la quale travalica l'architettura in sé per contemplarla all'interno di un ambiente che è comunque, ineluttabilmente architettonico e, dunque, che non può essere scisso dalla struttura della masseria. Si hanno, così, ampi contrasti tra la stasi dell'architettura e il movimento, ma è solo apparenza. Il movimento, anch'esso parcellizzato, frammentato, molecolarizzato, è il movimento di una razza equina tipica del luogo (il Lipizzano), la quale, dunque, si dà nella sua familiarità al luogo, una familiarità che è la stessa con la quale sorge la masseria all'interno di un ambiente (Conversano). Che succede, dunque? Chiaramente, che, così come la masseria è indiscernibile rispetto all'ambiente di Conversano, alla natura che la ospita e l'accoglie, allo stesso modo i cavalli che vediamo al trotto sono indiscernibili rispetto alla masseria, ed è questa indiscernibilità a legare indissolubilmente architettura e ambiente, a fare dell'architettura un ambiente che soltanto nelle sue linee dinamiche, nelle sue intensità può essere colto come tale, come accogliente, come orizzonte, come pura possibilità. Per concludere: dicevamo che i tre film del 2015 realizzati da Ignazio Fabio Mazzola dovrebbero essere pensati come un trittico alla cui base sta una differenza sostanziale che li diversifica, li distanzia e, contemporaneamente, li avvita l'uno sull'altro, l'uno nell'altro, e, se comunque è impossibile porre un'assiologia senza incorrere nel pericolo teleologico all'interno del discorso filmico, saremmo portati a dire che questo τοπίο è come lo strato ultimo, il quale dischiude alla pensabilità non solo di un potenziale trittico, costituito dai tre film del 2015, ma anche dell'idea che il regista ha del cinema, concepito, ora più come mai, come ciò che emana da uno spazio e accoglie in questo stesso spazio, permettendo allo sguardo dello spettatore di continuare le diagonali fino ad intersecarle in punti concreti, estensivi che danno non lo spazio così com'è bensì così come potrebbe essere se: ed è proprio questo gesto di congiungere l'occhio dello spettatore con lo sguardo dell'ambiente su di sé e da sé a rendere eclatante e imprescindibile il cinema di Mazzola.

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