The Young Man Was...


Ci vogliono due coglioni così per realizzare un progetto come quello cui sta lavorando Naeem Mohaiemen, un documentario sulla sinistra del Bangladesh che, finora, conta ben tre opere, una più grande dell'altra: The Young Man Was..., Part 1: United Red Army (Bangladesh/USA/Giappone, 2012, 70'), The Young Man Was..., Part 2: Afsan’s Long Day (Bangladesh/USA, 2014, 40'), The Young Man Was..., Part 3: Last Man in Dhaka Central (Bangladesh/Olanda/USA, 2015, 82'). Il progetto, lungi comunque dal farsi portatore di una ricerca telegrafica e/o ideologicizzata sul tema, rinviene in alcuni accadimenti, in determinati eventi - dalla vita di un reporter all'attacco terroristico che ha dirottato un'aero - non tanto l'essenza quanto la potenza, l'energia vitale e prettamente virtuale di un partito che, pur cercando di attualizzarla in se stesso, trova in questa stessa attualizzazione una resistenza che non gli permette d'individualizzarla totalmente; del resto, in effetti, ciò che qui è in gioco, in ognuno dei film del progetto documentario, non è tanto l'esposizione storiografica della sinistra del Bangladesh, bensì, semmai, l'impossibilità stessa di una tale storiografia. Prendiamo, a titolo d'esempio, il primo film della serie: United Red Army. Cos'è? È la riscrittura di ciò che accadde nel volo JAL 472. Come insegna Remes, tuttavia, la scrittura sullo schermo non ha niente a che fare con la letteratura e nemmeno è propriamente una polarità della scrittura medesima, il che comporta necessariamente che quelle scritte, oltre a non farsi parola, sono dispositivi di un silenzio che è precisamente quello della storia. Questo primo film è indicativo di un modo di procedere che Naeem Mohaiemen utilizzerà in ognuno dei capitoli: e cioè l'ancoraggio a una realtà storica, qual è quella della sinistra del Bangladesh, prodotta da attacchi contro di essa, fatta, insomma, dalla parte a essa contraria. La storia della sinistra del Bangladesh non è solamente una storia impossibile, ma è la mostrazione che la storiografia in quanto tale, almeno (ma non solo) nel caso in questione, è frutto e contemporaneamente vittima dell'avversità: la storia della sinistra del Bangladesh è prodotta dagli attentati terroristi, dalla cattura di un reporter e via dicendo, cioè appunto da ciò che la contiene e l'annichilisce. È una cosa molto interessante, questa, e che salta subito all'occhio, nonché un fatto determinante dal punto di vista cinematografico, poiché è proprio qui che s'instaura la per-ora-trilogia di Naeem Mohaiemen: proprio perché non si dà storia, c'è cinema; proprio nel momento in cui la storia della sinistra del Bangladesh è un'anti-storia della stessa, il cinema può farsi - e può farsi immediatamente come proliferante della stessa energia vitale, sostanziale, schizofrenica che la sinistra del Bangladesh non ha attualizzato e non avrebbe potuto comunque attualizzare. Si tratta, allora, non tanto di fare un film sulla sinistra del Bangladesh, ma di carpire l'energia che ha prodotto quel movimento e, con ciò, attualizzarla nel progetto documentario che va facendosi... ed è importante, oltretutto, che vada facendosi, poiché, come allora, anche ora quest'energia resiste ad un'attualizzazione completa, e la coscienza di ciò fa letteralmente implodere The Young Man Was...The Young Man Was... non è un film prodotto, cioè fatto e finito, ma, colto in un divenire, esprime l'energia, la forza, la potenza di quel divenire, di modo che quest'ultimo non s'arresti ma sia produttore di altri dispositivi in cui questa forza possa esprimersi - e via così, nonostante tutto e nonostante tutti. Ancora una volta, avant la guerre.

25 commenti:

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    1. Questi. Sono 3.

      Comunque no, recuperabilissimi: basta andare ai festival. Certo, non quelli di merda, però...

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    2. Questi, pardon. Intendevo fuori dal festival

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    3. Nope. Però in gennaio sarà a Rotterdam...

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  2. Ogni tua risposta mostra sempre più chiaramente che razza di coglione saccente tu sia, muori scomodo arrogante pezzo di merda

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    1. Sempre meglio che eseguire profondi deepthroat nei bagni della metro per pochi euro...
      Toh, guarda, ho trovato un po' di monetine...

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    2. Ma che ce ne frega della tua infanzia, Marco?

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    3. Inizi a censurare eh, ti stai imborghesendo. Bene, il mio scopo è raggiunto

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    4. Nope, non censuro. Semplicemente, un commento idiota ci può stare, due anche, ma al terzo cancello come ho sempre fatto per rispetto del film su cui è stato scritto.

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    5. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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    6. Fai ridere, come tutti i vigliacchi quando il discorso verte a tuo sfavore scappi o censuri il commento.
      Borghese!

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    7. Cazzo, detto da uno che non legge Lacan, mi sento colpito nel profondo :O

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    8. Ma cosa cazzo me ne frega di quel frocio di Lacan, io leggo Lansdale ragazzino gracile.
      E smettila di darti arie riguardo quello che leggi, tu confondi troppo facilmente l'intelligenza con la cultura...
      Borghese!

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    9. Ah focomelico, sono andato a vedere chi cazzo era 'sto Lacan.... wow ma tu ti bulli con gli altri perché leggi i deliri di uno psichiatra fallito? Cioè questo nella tua mente ottenebrata dall'ego dovrebbe risultare un plus? Cazzo sei una continua fonte di ilarità e manco te ne accorgi.
      Fascista!

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    10. Cazzo, detto da uno che non legge Lacan, mi sento colpito nel profondo :O

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    11. Finito le risposte, eh?
      Dai ti lascio stare va, torna a guardare i geyser islandesi

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  3. E se non potessi andare al festival? Pensavo fosse sottointeso.

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  4. Le ultime righe racchiudono una riflessione che mi intrattiene da un po': penso a questi film, a i Solitary Acts di Dinçel o Meditations on Revolution di Fenz: ci vuole coraggio, è affermare che si farà cinema finché si potrà - e tutto in una miscela di speranza e precarietà, per cui non si ha mai la certezza che ci sarà un altro film, eppure si tende a quello, al prossimo punto singolare della curva. Che poi, questi film mi sembrano avere una verticalità che va subito a piegarsi assieme allo spettatore, e forse è lì che mi ritrovo tanto - nel momento stesso della visione. Non solo osservare il moto nomade di questi progetti, ma curvarmi assieme ad essi. Ed ognuno ha la sua specificità - che sia restituire al privato una sessualità sempre più produttrice di discorsi o la riflessione sulla storiografia.

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    1. Se posso, perché "Solitary acts"?

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    2. Ho dato per scontato, visti i titoli numerati, non fosse un progetto fatto e finito. Anche perché, volendo guardare proprio ai numeri: 4, 5, 6 - si presuppone ci sia qualcosa prima, no? Qualcosa di non mostrato, mi verrebbe da dire... Però mi ha dato l'impressione di non esaurire la riflessione, coi tre corti. Magari ho travisato tutto.

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    3. Chiaro. Mi sa che c'hai preso, invece.

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