Rainy days


Rainy days (Argentina, 2015, 44') è il sequel di Diary of a short (Argentina/Cile, 2015, 18') ma non è ne la prosecuzione, semmai, piuttosto, la cesura, ciò che interrompe il primo cortometraggio: se lì, infatti, si trattava della piegamento dell'interno per opera di un Fuori, qui si tratta invece di rintanarsi nell'interiorità, il che, però, non significa nemmeno che Rainy days faccia del tutto a meno del grido del Fuori, anzi, se Rainy days è propriamente il sequel di Diary of a short, lo è nella misura in cui sfugge a ciò che in esso era stato e che, qui, non si può più udire e nemmeno vedere. Flavia de la Fuente si rinchiude in casa, che, come insegna Bachelard, è lo spazio per eccellenza della poesia, dell'interiorità piegata dal fuori che si dispiega - non fuori di sé ma internamente, privatamente. Ci sono allora i fiori, il cane che è stato morso e quello che non c'è più, tutto un dinamismo della privatezza che fluisce in se stessa, senza espandersi, semplicemente vibrando, risuonando in uno spazio ristretto e non angusto. È dunque questa vibrazione che si tratta di catturare, di promanare, tant'è che, in ultima istanza, si potrebbe definire il presente film come il gesto ostensivo medesimo della vibrazione, il che fa di Rainy days qualcosa di dispiegato ma non spiegato; infatti, se lo spazio dell'interiorità può comunque risuonare, vibrare, esso non può che farlo in sé, e dunque senza spiegarsi, perché la spiegazione è sempre per un altro, per un qualcosa che non è qui ma lì - in altre parole il cinema. Ancora un volta, non si tratta di fare cinema ma di essere espressi da esso, come se non ci fosse abbastanza tempo né spazio per poter dirsi senza essere intrappolati, ingabbiati da una totalità generalizzante che finisce per stritolare ciò che di più puro e sempre si possiede e, contemporaneamente, si è. Ecco, allora, che l'esterno risale alla superficie, manifestandosi come una profondità che non può essere detta e, anzi, lascia addirittura afasici, una profondità che, in quanto tale, è soltanto come effetto di superficie. E la superficie è la finestra, la finestra da cui Flavia de la Fuente scorge il paesaggio lì fuori; la finestra di Ken Jacobs, Window (USA, 1964, 12'), prodotto di un'irriducibilità originaria tra film e schermo, ma anche la finestra di Paul Clipson, Bright mirror (USA, 2013, 9'), in qualche modo, perché quella finestra è palpabile, non semplice superficie ma effetto di superficie, dunque qualcosa che il Fuori manifesta non soltanto manifestandosi al di là di essa ma anche e soprattutto concretizzando la sua materialità, bagnandola con goccioline di pioggia ad esempio, ed ecco la mossa stupefacente di Flavia de la Fuente: non è dall'interiorità che si guarda l'esteriorità ma è sempre l'esteriorità che guarda all'interiorità, ed è proprio questo guardare che dà la vibrazione attraverso la quale l'interiorità può vivere di un proprio divenire, e non c'è nulla di esistenzialistico in tutto ciò, poiché non è Sartre, l'Altro che mi oggettiva, bensì Foucault, quello della piega, dell'interiorità come piegata dal Fuori. Il cinema, esemplificato in quello di Antonioni, non è più, allora, il cinema generale, quello a cui si guarda, ma l'immagine che di sé ha il sé, perché Flavia de la Fuente non vede Antonioni ma lo esperisce, lo sente dentro fin tanto a non riuscire più a toglierselo dalla testa, ad esserne ossessionata, a viverlo e a vivere se stessa come piegata dall'esteriorità che sono i film di Antonioni, finalmente introiettati come movimento piegante. E, forse, è proprio questo il punto, la conclusione necessaria del dittico iniziato con Diary of a short: c'è davvero un Fuori, e il cinema è l'urlo dell'Altrove, e non può certo essere udito se il nostro è l'ambiente del silenzio ma, però, può essere visto, e, in fondo, non si tratta altro che di questo, vedere l'urlo nel silenzio; tuttavia, quest'Altrove è esperibile solamente nel momento in cui è interno a noi stessi, nel momento in cui l'immagine che pone è la nostra stessa immagine - la nostra immagine, come incarnazione del Fuori che, inevitabilmente, si proietta in noi, ci piega e necessita la sua possibilità nel nostro occhio, realizzandosi.

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