Night swells






















Una mano che - forse - è la stessa che regge la videocamera fuoriesce dall'inquadratura e prende contatto con un mondo - in Night swells (USA, 2015, 6') è il mondo delle piante di città - trascurato e dato per scontato: Zachary Epcar tenta di dar voce per noi a qualcosa di invisibile, seppur visibile nella sua affermazione concreta (la pianta c'è, esiste, la tocchiamo, ne possiamo parlare), ma invisibile perché non ne siamo alla ricerca, o meglio, non ci interessa e lo fa alternando la sensibilità della videocamera che "tocca" ciò che è nel suo campo d'inquadratura, alla visione della mano, la quale, toccando la foglia, la cattura facendola uscire dallo sfondo, rendendo visibili i particolari, il verde, la superficie, le venature, e via dicendo. In queste continue emersioni e sottrazioni della mano all'inquadratura, essa diventa un tutt'uno con la macchina da presa e via via il cortometraggio prende piede, ha la sua svolta, la scena si radicalizza e si complica, la musica è intervallata dai trambusti tipici cittadini, in un'ulteriore alternanza, che coinvolge l'udito e forse anche il tatto e che, in fondo, è la nostra alternanza, fatta dalla caoticità della quotidianità, spesso aliena all'uomo che cerca di sopravvivere e da momenti in cui ci si ritrova in una certa armonia col mondo, in un movimento che non è mai propriamente tale, perché è sempre movimento interno a qualcosa che delimita e non restituisce altro che una lenta discesa verso la remissività. Quale via di fuga? In un cadere, sognare* continuo è ancora la macchina da presa che violenta le dinamiche e ci mostra una sua forza nel finale, che tenta di accarezzare ciò di cui non ci curiamo e che prova a traballare, a smuoversi tanto per smuoversi ed è giusto così, dopo tante oscillazioni, qualcosa che oscilli davvero, corpo e macchina da presa, insieme: una macchina da presa non più solo macchina, non considerata come semplice estensione del braccio, nemmeno della vista, macchina da presa-uomo e insieme uomo che non si avvalla della tecnica, non la rende serva, e non si schiavizza per essa, ma trova in essa la vista, uomo-macchina da presa. E allora, sì, la cura in Night swells è un ritaglio di tempo, come la voce dice all'inizio, che si è creato uno spazio nelle nostre vite che si interessano di altro, ma rimane pur sempre un ritaglio e la questione su quando non sarà più tale non è posta da Epcar e probabilmente ha ragione a non chiederselo: il film finisce così, con un apertura, lasciando un vuoto che non ha bisogno di uno spazio e probabilmente Night swells è proprio questo, ovvero questo vuoto che non cerca collocazione, un vuoto che infine riempie e smuove, che è l'insieme delle possibilità non ancora avvenute. 

*Eugenio Finardi






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