Maybe desert, perhaps universe (Talvez deserto talvez universo)


Talvez deserto talvez universo (Portogallo/Brasile, 2015, 100') non è affatto un film sullo spazio psichiatrico, perché, in ultima istanza, questo spazio non è mai dato. Come insegna Foucault, il manicomio è propriamente un luogo di visibilità, ma Karen Akerman & Miguel Seabra Lopes non sono interessati tanto al cosa si possa vedere tramite di esso bensì a come si possa vedere in esso. Del resto, le inquadrature iniziali del documentario brasiliano sono emblematiche più che di un visibile di una luce, di un occhio proiettato sul visibile: sono immagini di telecamere di sorveglianza, e già da qui si capisce come l'impresa dei due registi consista fondamentalmente nell'intraprendere un viaggio nel già visto, in una visione già determinata da uno sguardo, sicché la riuscita di tale impresa si risolverà non tanto nell'inginocchiarsi di fronte alla sorveglianza quanto, piuttosto, nel piegare l'occhio e la visione al fine di porre tra i due un frattale che è lo stesso Talvez deserto talvez universo, al di qua o al di là del quale, ma non in esso, soltanto sussistono la visione e lo sguardo che la determina. Campo neutro, dunque? Probabilmente, ma ciò che conta non è la neutralità dello sguardo, ma, semmai, una sua neutralizzazione, atta a restituire l'indecenza di una visione autosussistente, che in un certo senso si mostri nel momento stesso in cui vede se stessa e non è vista; la neutralità, allora, diventa soggettiva, soggettiva di corpi disarcionati dalla propria corporeità: i corpi degli internati, che guardano in macchina come guardassero nel vuoto, realizzando così il vuoto che la macchina da presa dev'essere per poter darsi come frattale. Scriveva Deleuze a proposito di Foucault che l'architettura «è certamente un aggregato di pietre, ma è prima di tutto un luogo di visibilità. Prima di scolpire le pietre, si scolpisce la luce», e il punto è proprio questo: che altra luce è possibile? o, prima ancora, è possibile un'altra luce? In effetti, sembrerebbe che un'altra luce non sia affatto possibile, e, questo, non lo provano le inquadrature iniziali bensì i corpi medesimi degli internati, i quali si danno a vedere esclusivamente in un regime di visibilità che è lo stesso dell'internamento: essi hanno introiettato l'internamento, la psichiatria si è incarnata nei loro corpi. In questo senso, vedere quei corpi significa vedere la psichiatria, ma che senso ha? Le telecamere di sorveglianza, in fondo, son già là... e il cinema può mai essere di sorveglianza? Certo, ma questo resta da fare ai Segre; quello che, piuttosto, tentano Ackerman & Seabra Lopes è una liberazione: il frattale si erge non soltanto tra lo sguardo e la visione determinata dallo stesso ma anche e soprattutto su di essi, dunque ciò che ci viene restituito è la visione della visione determinata dallo sguardo, una visione di quella determinazione o, per restare in termini psichiatrici, una sorta di documentario anti-psichiatrico, dell'antipsichiatria, però, così come la intendeva Laing, uno studio che delimiti il campo stesso della psichiatria e sia condizione di possibilità della psichiatria medesima. Il risultato è, per l'appunto, Talvez deserto talvez universo, un film propriamente da festival, che mostrare fuori il luogo psichiatrico e fascistizzato dalla psichiatria, perché ciò che è in esso è il corpo spogliato dal corpo dell'internato, il corpo nudo e privo di corporeità così come l'ha reso l'internamento qualora lo si scori via della psichiatria. Insomma, potremmo definire il documentario di Karen Ackerman & Miguel Seabra Lopes come un vero e proprio film basagliano, nel senso che Basaglia ha dato alla sua battaglia: una battaglia fatta per il fuori che non era mai abbastanza fuori dal manicomio, perché il restituire la soggettività di cui parla Basaglia non si riduce di certo a una restituzione per gli e agli internati; semmai, bisogna restituire la soggettività a chi sta fuori dal manicomio, poiché è lì che lo sguardo viene determinato: Talvez deserto talvez universo è un film che opera sullo spettatore, così come dev'essere, e non sull'oggetto presentato, ed è questa la sua potenza. Nel fatto cioè di restituire uno sguardo che sia proprio dello spettatore in cui s'incarni, e non determini l'occhio dello spettatore: non immagine, ma prisma di rifrazione sul quale l'occhio, semplicemente, si rifrange...

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