Limbo



In un'atmosfera molto intimista, Anna Sofie Hartmann racconta la storia di due personaggi femminili che si incontrano - un'adolescente e la sua insegnante. Tra le due si instaura una specie di connessione - o almeno così dicono -, la ragazza è innamorata e l'insegnante non si sa bene, però pone il divieto, il "non si può", "è meglio per te", ecc.. Insomma, che una ragazza si innamori della sua professoressa, per poi la prima morire e lasciare l'ultima in una tristezza di cui non si capisce bene se velata di rimpianto oppure, semplicemente, di tragedia simil-adolescenziale, non è importante, ma non tanto perché siamo cattivi e non ci interessi la vita delle persone, piuttosto perché è meno importante e non apporterebbe nulla in più. Limbo (Danimarca, 2014, 80') sembra quindi essere un film che cerca di scovare una certa intimità prettamente odierna - la scuola, il pub con gli amici, le corse in bici -, in una visione anche abbastanza «borghese» se vogliamo dirla tutta, in cui ci sono unicamente i problemi della propria vita adolescenziale, totalmente slegati da tutto il resto e in cui la discussione, a scuola o al bar, è più un ozio intellettuale che altro - il che non è tanto una critica al film, che semplicemente registra il modo di vivere odierno in Europa, ma semmai, se vogliamo fare una critica, riguarda il fatto che non si pone minimamente al di fuori di questo modo di vivere, registra ciò che si vuole che accada e basta. Visto che il modo di pensare non è mai slegato dalla pratica, capiamo bene come questo poi si concretizzi in un certo modo di vivere la propria vita, in cui, sì, c'è la discussione, è importante dire la propria, poi ci sono le bevute, la preparazione dei capelli e alla fine è tutto uguale (a scuola si discute dell'oggettivazione della donna e del ruolo maschile e femminile, per esempio, in modo abbastanza banale peraltro, il che dicevamo non è colpa certo della Hartmann, anzi, registra proprio ciò che avviene nelle scuole, ovvero una sorta di dialettica spicciola in cui si finisce per dare alla donna della più forte, perché ora ormai è di moda, non pensando minimamente alle singolarità, quanto piuttosto il tutto si risolve in un tentativo di oltrepassare degli stereotipi per poi rimanere in una categorizzazione per generi). L'intimità che vediamo in Limbo si concretizza anche in una sorta di ripresa per rappresentazioni: la ragazza è appena morta e viene ripreso il banco vuoto, i posti che frequentava, vuoti naturalmente, oppure un'incapacità di comunicazione tra due amiche viene ripresa di spalle, ecc. Ci poniamo a questo punto la domanda sul bisogno di fare un film così oggi, perché, in fondo, la domanda su cosa possa il cinema è sempre valida: non crediamo fosse un intento, quindi qualcosa di esplicito, tuttavia il carattere reazionario è abbastanza palese, quell'essere registrazione dei tempi statica, senza un qualsiasi moto rivoluzionario, ma semplicemente cercando di accomodare lo spettatore che ha voglia di andare in una sala, chiudersi lì e semplicemente emozionarsi con problemi piccoli-borghesi di altri, per tornare infine a casa e condurre le proprie vite esattamente come prima, in un'esperienza che ti fa esperire delle emozioni mentre lo guardi sì, ma non dandoti nulla di più che tu non conosca, esperisca, in una sorta quindi di conferma del proprio status quo. Un'immagine che non crea sguardi, che non crea movimento, semplicemente desiste ai tempi.

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