Letter to Poland (List do Polski)



List do Polski (Polonia, 2015, 7') è accompagnato da un'atmosfera molto intima, la quale può ricordare il Santini dei Videodiari (come, per esempio, Petite mémoire (Italia, 2003, 6')) e che è di tutt'altra natura rispetto a film quali possono essere Limbo (Danimarca, 2014, 80') di cui abbiamo da poco visto i limiti, un'atmosfera appunto che, nel suo appartenere ad un soggetto, nel suo essere individuale, riesce a sviluppare un carattere pre-individuale: Jola Wieczorek si riferisce alla sua storia personale, inserendo lungo il cortometraggio, filmati della sua infanzia e nonostante ciò non possiamo che ritrovarci in quel che dice, non tanto in una sorta di immedesimazione in cui inglobiamo l'altro nel nostro modo di essere, quanto per l'universalità dei temi trattati, in cui passato e presente vengono alquanto problematizzati per interrogarsi sulla propria identità. Jola Wieczorek pone come mittente della lettera proprio se stessa, ma di quale sé si parla o, meglio, cos'è e, soprattutto, dov'è questo sé? Se la regista sa di non essere uno stereotipo, è con esso che si deve scontrare quando si incontra con un altro che tenta di generalizzare e trovare una collocazione della persona (che in questo caso potrebbe essere data appunto dalla nazionalità: polacca? austriaca? belga?) ma ciò che si pone come fondamentale in List do Polski non sembra essere tanto l'identità ma il suo rapporto con il tempo. Se consideriamo ad esempio il libro di cui si parla nel cortometraggio, questo viene collocato nel passato, perché è lì che se ne ha memoria ed è proprio grazie a questa memoria che il passato viene attualizzato nel momento presente ed è proprio qui che ritroviamo il libro: così avviene per la persona stessa della regista, che non si scorderà mai e che proprio anche per questo fa i conti con continue modificazioni di sé. Ecco perché la domanda su chi è non ha senso, in quanto non identità ma modi d'essere in continua modificazione, la Wieczorek toccherà il punto più importante quando, nell'immagine di una sé stessa resa doppia, penserà al sé come al noi: in una mescolanza di nazioni, non può più definirsi in un uno se non perché quest'uno incarna il suo corpo e tuttavia questo corpo non è un'istanza unificatrice delle molteplicità della regista, ma è ciò che può contenere queste molteplicità e definirsi così finalmente un noi. E quale mezzo migliore per parlare di questo noi se non attraverso il cinema? Le immagini che vediamo sono riprese probabilmente da vecchie cassette, con i segni del tempo che si fanno sentire e rendono un'immagine passata, che presenta delle immagini grigie, le quali sembrano rimandare ad un vuoto temporale: il cinema può proprio anche questo, ovvero far emergere un passato non ricordato, cancellato, che non può divenire presente attraverso il ricordo ma che trova comunque un suo spazio dove poter esprimersi: esso è infatti comunque presente, sebbene non nella nostra percezione cosciente e allora ecco che il cinema interviene in una percezione mancata, facendola emergere in un nuovo spazio, con nuove possibilità di esprimersi ed attualizzarsi.


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