Kazova



Si tratta ancora una volta di concepire la macchina da presa come un mezzo di registrazione e, ancora una volta, di problematizzare tale registrazione che altrimenti non si distinguerebbe dai filmati di famiglia che noi tutti possiamo fare oppure, per essere più attinenti al tema del film, dai servizi giornalistici. Quello che Francisco Ferreira fa con Kazova (Portogallo, 2015, 30') sembrerebbe essere quindi un tentativo di non fermarsi ad una ripresa documentaristica degli eventi successi a Kazova a seguito della presa collettiva di una fabbrica da parte degli operai, piuttosto Ferreira cerca anche di andare al di là di tale rappresentazione per captare quello che sta sotto o appena sopra, insomma, cerca, non tanto, o meglio, non solo, di dare una visione più ampia possibile dell'evento prendendo più punti di vista, ma di mostrare ciò che si respira, che dunque è nell'aria ma che non si vede, quel di più unicamente fatto di sensazioni non quantificabili, che rende quei quattro mesi densi di qualcosa che è oltre le proteste, le rivendicazioni e oltre le riprese televisive. Sì perché, come vediamo grazie a Ferreira, il telegiornale, che si dovrebbe porre come imparziale, non lo è proprio per il modo di porre le immagini, insegnamento, questo, già presente nel Videogramme einer Revolution (Germania, 1992, 106') di Farocki/Ujică: non ci riferiamo dunque solo al fatto, per esempio, di aver chiesto ad un lavoratore di battere le mani una sola volta (non una di più!) per la telecamera, ma di porsi e tentare di essere imparziale in una registrazione che risulta invece essere capziosa, interessata, alla ricerca di un vero da scoprire, senza considerare il semplice fatto dell'inesistenza del vero e del falso: sì, ci sono giochi di potere che lavorano nascondendosi, ma non per questo sono oscuri. Il punto insomma non è solo il fatto di come ci sia già tutto dato ma che a voler essere imparziali si finisce nel non esserlo e questo proprio perché non si considera il fatto di come ci sia qualcosa che vada al di là della rappresentazione, che non gioca sotto queste regole e che, per un motivo o per l'altro (non ci interessa andare oltre, non è questa la sede), non può essere catturata se non dal cinema - un certo cinema, il quale, non ponendosi come principio trascendente, riesce a cogliere l'immanenza dell'evento, in cui il punto e la ricerca non è più l'oggettività o la soggettività: la surcodificazione del significato è condizione di possibilità della rappresentazione in quanto tale. Kazova, infatti, non preme alla ricerca di una verità, cerca solo di cogliere gli eventi così come si manifestano e cercando di cogliere, soprattutto, una certa sensibilità: solo così arriviamo a conoscere cosa stia realmente succedendo, solo così possiamo capire la lotta di classe, le contraddizioni interne e lo capiamo in una modalità propria di immagini come questa di cui, è bene ribadirlo, abbiamo estremamente bisogno per una rivoluzione, in quanto ci rendono ogni volta un po' più liberi.


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