Iron Condor





C'è qualcosa di entusiasmante in Iron Condor (USA, 2015, 12'), che ha a che fare con l'atmosfera che crea, con la dinamicità data dal suono, il quale sembrerebbe così dare al cortometraggio una forza prorompente, che rimanda alla velocità che, oramai nel nostro immaginario, associamo alle città future. Ciò che vediamo e che ci appare di fronte sbaraglia la storia, nel tentativo di riassumerla in sé in una successione evidente, ovvero ciò che c'era o si usava in passato viene integrato dalle tecnologie future - pensiamo alla scena del grano, ad esempio - e lo stesso uomo sembrerebbe essere un uomo, sì del futuro, di cui ne rimane la figura, il gioco ed anche la stessa aspirazione al "far di più", a spingere i limiti sempre più in là. Questo è ciò che lo ha portato ad una Chicago che vediamo nel cortometraggio di Meredith Lackey, nel quale la dinamicità del suono si scontra con un'immagine che, lungi dall'andare di pari passo con il suono e la sua vitalità, mostra una sorta di desolazione: scavi, oggetti di un'epoca precedente, fili buttati lì a caso, sono solo alcune delle cose che ormai non servono più e di cui non si sa bene che farne, eppure rimangono presenti, senza dirci nulla ed è tutto ciò che resiste alle nuove tecnologie - cosa che invece gli uomini sembrerebbero non fare. Questi oggetti desolati resistono senza proclamare una qualche vitalità, ma in maniera piuttosto passiva, nemmeno sforzandosi di andare contro qualcosa, essi semplicemente giacciono. La Lackey sembra mostrarci, una dialettica che necessariamente coinvolge il film stesso - la dialettica del suono e l'immagine - e una dialettica temporale, in cui l'integrazione tra quelli che sono gli opposti - passato e presente, il nostro futuro - è avvenuta in una sorta di integrazione mancata e questo è importante: perché in Iron Condor le cose sono rimaste lì, a discapito dell'inglobamento e della fagocitazione del capitale di tutto quello che gli capita a tiro. Sembra comporsi proprio così il cortometraggio in questione, aderendo quindi pienamente a ciò che mostra: tra suono e immagine non c'è lotta, non c'è in realtà quindi nemmeno una dialettica da integrare, ma rimangono tali nelle loro differenze costituenti (e in questo caso sì, in maniera propositiva rispetto invece a ciò che vediamo: gli oggetti sfuggono all'inglobamento, però non proliferano nemmeno, giacciono e basta), il che non significa che suono ed immagine non si incontrino, anzi, proprio per questo ognuno dà valore a ciò che è ed è solo così, nell'affermazione delle proprie particolarità, che possono stare insieme: scontrandosi, è vero, ma anche questo lo fanno in una sorta di armonia, che non riduce ad un unità, piuttosto è qualcosa per cui le parole non bastano ma trovano il suo compiersi in un cinema che è aderente al desiderio stesso della persona.



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