In limbo


In limbo (Francia, 2015, 85') è senza ombra di dubbio uno dei documentari più interessanti realizzati da tanto tempo a questa parte, e non si tratta solo di un eccesso di formalismo, anzi il formalismo, pienamente compenetrato di arthouse, è, oltre che cifra stilistica, materia non su cui questa cifra cala ma dalla quale è come se emergesse e, contemporaneamente, fosse effetto di superficie della medesima. La domanda allora è: cosa viene prima? qual è l'interno e qual è, invece, l'esterno? quale la materia e quale la forma? Questa serie di domande, che di fatto fa capo a un solo e unico interrogativo, è di per sé il fulcro del film di Antoine Viviani; questo, infatti, ha come proprio centro la vita e l'internet, colti nella loro irriducibilità. L'interesse di In limbo, del resto, è proprio questo suo farsi nell'interstizio tra la vita e l'internet: lo studio di partenza pone una dinamica ormai storicizzata, e cioè come internet stia effettivamente mutando la nostra vita, ma ciò cui perviene, quest'analisi, è, di fatto, l'indecidibilità dei due elementi. Certo, c'è stato senz'altro un tempo in cui internet fosse dato dalla vita, ma, attraverso social e via dicendo, la vita si trova come espressa dall'internet, il che comporta una necessità essenziale dell'internet. Da una parte, abbiamo allora la vita che fu, quella che era come staccata dall'internet, e dall'altra parte, cioè ora, abbiamo come una vita che è immediatamente internettizzata. Questo fatto accentua anche un altro fatto, ad esso coestensivo: se la vita è internetizzata, allora internet vive, e ciò è portato all'immagine da Antoine Viviani attraverso una virtualizzazione della persona, virtualizzazione che, però, non è affatto una sua manifestazione nell'arco delle possibilità ad essa inerenti e mai del tutto realizzate dalla stessa quanto, piuttosto, una raccolta di dati che, in seno ad internet, fa la persona, ne fa cioè una controparte virtuale, nel senso di non incarnata, che riduce spaventosamente le possibilità della persona. Instagram, YouTube, Facebook non fanno altro che questo: non soltanto non danno un'immagine, ma prelevano dalla persona quel c'è di necessario per farne un dispositivo dell'internet, quasi - verrebbe da dire - un organismo senza corpo, più che un corpo senza organi. Tolta la patina di dietrologia che una simile situazione potrebbe generare, lo studio di Antoine Viviani è intrinsecamente cinematografico nel momento in cui coglie questa datità esclusivamente nella sua parte fattuale: c'è, cioè, una fatticità del virtuale così com'è internetizzato il corpo dell'individuo, ma tale fatticità può esistere solamente all'interno dell'internet? Evidentemente, no, e la grande, astuta mossa del regista francese è appunto di recuperare lo spazio interstiziale in cui i conti non sono ancora fatti e la persona non è né corpo né organismo senza corpo, e a ciò vi arriva per tramite del cinema, che ora più che mai mostra la sua spietata, disarticolante potenza. Per Viviani, infatti, non si tratta nemmeno più studiare la dinamica in atto, questa è una faccenda da giornalisti; semmai, si tratta di cogliere il punto in cui la possibilità di binarizzare l'individuo è manifesta ma non attuata, e allora pensare a un luogo in cui si faccia una sorta di virtualità della virtualità, in cui cioè è posta sul banco degli imputati la virtualità stessa di internet. Quest'ultima, infatti, non è la virtualità cinematografica, eminentemente possibile, che estrae dall'attuale ciò che c'è di virtuale in esso; la virtualità di internet è un'astrazione che non estrae nulla se non una parte di bit, di informazioni, di 0 e 1 in grado di creare l'avatar della persona. Quest'avatar, però, non è la persona, e, per quanto spaventi che, oggigiorno, l'avatar sia capace di azioni più penetranti e ostensive della persona, il cinema è come se salvasse la persona da se stessa, da quella che potrebbe essere e che internet la fa essere. L'interstizio in cui, dunque, il cinema si fa è un propriamente un luogo, e come tale non ha interesse solamente del corpo della persona ma anche dell'ambiente con cui questo corpo ha un certo scambio di relazioni; al contrario funzione per internet, la cui efficacia sta appunto nel modificare l'ambiente per impossessarsi del corpo: dimensione virtuale, dimensione sociale, dimensioni in cui l'individuo è situato solamente nel momento in cui accetta di essere binarizzato, di essere internettizzato. Dimensioni che il cinema coglie come vuote, che la virtualità di Antoine Viviani mostra essere dei buchi neri surrettiziamente e capziosamente riempiti da realtà artefatte che bloccano il divenire proprio dell'individuo per fare dell'individuo il divenire stesso di queste dimensioni, la loro matrice. Ecco, allora, che il cinema, sposando finalmente quel digitale che ancora oggi non riesce a digerire, intrappolato in grammatiche preistoriche com'è, non solo demistifica la dimensione-internet ma, anche, crea un ambiente che è altro rispetto a quello reale, quotidiano, ormai troppo compromesso con il sistema-internet: è l'ambiente veramente virtuale che si dà non appena l'individuo è astratto, cioè quando si estrae dall'individuo quel virtuale che è il passaggio stesso dell'informazione non formata tra l'ambiente che circonda l'individuo e l'individuo medesimo, in un mutuo trapassamento che il cinema coglie non facendolo cessare ma, appunto, continuandolo, promandandolo nonostante internet cerchi in tutti i modi di fermarlo fingendo la realtà che è comunque reale e, anzi, che ancora abitiamo.

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