Forward Looking Statement






Si tratta sempre e sostanzialmente del fatto di come sia già tutto sotto i nostri occhi e che la lotta contro un potere che ti schiaccia sia spesso vana e che si riduce al più in un focolaio, ma tuttavia ci si prova, non fosse solo perché si crea da sé una resistenza al potere nel momento stesso della sua costituzione. Quando si mette di mezzo il cinema diventa una questione non solo di provare questa resistenza ma di materializzarla anche lì dove non sembra esserci, non assolutamente in un modo tipico da denuncia giornalistica bensì qualcos'altro che ha più a che fare con il cinema, con un'assenza che tuttavia è presente, come già Nicolas Rey dimostrava in Schuss! (Francia, 2005, 123'): se Thomas Kneubühler può parlare dello strapotere dell'industria del ferro è perché glielo lasciano fare e tuttavia Forward Looking Statement (Svizzera, 2014, 4') ci risulta essere un cortometraggio coraggioso nel suo mostrare il già palesato: non raccontando una storia, mostra ciò che già c'è e insieme mostra anche quello che non c'è. Ciò che non c'è è la città in rivolta e quello che c'è è una distesa piana che viene vista in un modo che possiamo dire quasi antropomorfo: niente lunghi piani sequenza per mostrare il paesaggio, ma una visione traballante simile a quella che esperirebbe l'occhio umano, il cui proprietario sembra correre o più probabilmente è in bicicletta, palesando il fatto che, semplicemente, questa macchina da presa è una registrazione fatta da un uomo e in quanto tale si muove aderendo ai movimenti del suo corpo. La conferenza dei dirigenti della fabbrica del ferro in sottofondo non sono altro che un ulteriore palesamento del retroterra di parole e posizioni che già conosciamo e che aleggiano non solo in quel territorio ma anche nelle nostre vite, solitamente oscurate perché non tendiamo l'orecchio, perché non presenti nel momento dell'emissione della voce e tuttavia sappiamo che ci sono: non si tratta di porre lungo il cortometraggio una sorta di allucinazione, ma del fatto che l'epoca dell'informazione in cui viviamo è fatta proprio in modo tale da avere tutto a disposizione, le parole non le sentiamo eppure aleggiano nell'aria. Quello che fa Thomas Kneubühler è sostanzialmente un atto semplice e insieme difficile, ovvero quello di farci sentire queste parole nell'aria e per farlo, non solo si occupa di riportare una registrazione, ma fa qualcosa di molto più coraggioso: esce dal suo ruolo di regista ed entra nello spazio cinematografico, nelle riprese. Non è narcisismo il suo bensì un atto effrattivo: il suo dito puntato verso la videocamera è un atto che scuote chi guarda, spezzando il flusso di pensieri. Non è semplicemente un dito che cerca di responsabilizzare o di accusare, è molto di più, ovvero una presa di posizione, una scossa: il regista che smette di mostrare e che si pone davanti la videocamera decide da che parte della barricata stare, prende posizione in un cinema che è finalmente politico, non politicizzato, e dunque vivo.


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