Dust poetry


Deleuze, ne L'esausto, scriveva che il tempo dell'immagine è quello di un soffio, poiché ciò che di essa conta è l'energia potenziale che si porta dietro, e Nan Wang, quando gira Dust poetry (Olanda, 2014, 9'), di fatto non ammetto altro che questo: il potenziale dell'immagine. Quindi, sostanzialmente, si tratta di fare un'immagine che sia immagine del potenziale dell'immagine, e qui la cosa, da semplice che era, si complica parecchio. Infatti, siamo di molto distanti dalle opere di Takashi Makino, perché, se lì si trattava di scoprire l'identità della variazione cosmica e di quella dell'immagine, qui si tratta ora di prelevare un po' di variazione cosmica per enuclearla in un'immagine, di modo che l'immagine stessa sia, di per sé, creatrice di qualcosa, in questo caso una foglia. Dust poetry si configura così come una sorta di universo potenziale, ma tale potenzialità è derivata fondamentalmente dalla microscopia attraverso la quale si snoda: i frammenti sono insetti e piante, o frammenti di insetti e piante, ed è come tutto un caos che solo ordinativamente dà a generare una foglia; in questo senso, la generazione non dovrebbe essere concepita come una creazione, bensì come una variazione di prospettiva: dalla microscopia alla macroscopia, dal caos al cosmo. Ma è sempre lo stesso caos anche in senso al cosmo, soltanto che, effettivamente, esso non si avverte se non a costo di cambiare prospettiva, ed è questo il fatto fondamentale di Dust poetry: non è che il cosmo si origini dal caos, ma il cosmo è sempre generativo di un caos così come un caos è comunque cosmico. Caosmosi, direbbe Guattari. Epperò si tratta di portare questo a livello d'immagine, di fare, seguendo Nan Wang, una poesia della polvere. Ora, la polvere è notoriamente l'aleatorio, l'incommensurabile: una tempesta di polvere è soltanto polvere e, contemporaneamente, è qualcosa di più della polvere stessa - è pur sempre una tempesta. L'operazione, dunque, si risolve in un imperterrito evocare la polvere facendone una tempesta solo a livello macroscopico (la foglia); la foglia, tuttavia, è ciò che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, e il punto diventa allora un altro: se Nan Wang immagina la foglia è perché la foglia è per noi un approdo o, almeno, lo è per il nostro occhio, sicché il primo movimento è come spiaggiato dal secondo - dalla microscopia alla macroscopia per derivarne una microscopia che possa finalmente essere ambiente per noi, che ci ritroviamo dunque a ritrattare il nostro sguardo. Il soffio dell'immagine di Dust poetry, così, arriva ad essere qualcosa di più che un semplice esaurimento di potenziali; anzi, meglio, i potenziali dell'immagine si esauriscono sì, ma per derivare noi nell'immagine che li esaurisce: ecco perché Dust poetry è un gran film, perché non si limita a mostrare un divenire-molecolare ma lo esaurisce, questo divenire, nel momento stesso in cui ci cattura e ci coinvolge in essa, in esso.
  

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