Displacements







Pur in una semplicità di composizione, Displacements (Regno Unito, 2013, 9') ha in sé una certa complessità: non solo data dalla densità del luogo che ci mostra, così fitto e grigio che l'occhio fa fatica a distinguere le cose e quest'ultime dalle persone (basti pensare alla difficoltà nel vedere l'operaio e l'attrezzo usato per rompere il cemento delle tombe, durante la cui scena a catturare è il martellare, non tanto l'immagine ed il paesaggio, che invece cade in un indifferenziato disarmante), ma la sua complessità risiede nel mostrare a noi una densità che rimarrà tale, nonostante lo spazio che si sta creando per l'abitabile, per i vivi e le loro nuove case, i quali non possono che prendere il posto del cimitero, scardinando i morti. Ma i vivi sanno anche che in questa creazione di spazi abitabili non c'è un tentativo di far spazio alla persona, ma quello di costringerlo ulteriormente tra gli altri, in un indistinto che non avrà fine, perché continueranno a nascere e a costruire. Come possiamo vedere, infatti, Manuel Alvarez Diestro non può far altro che riprendere, almeno nei luoghi dei vivi, come la metropolitana, questo mucchio indistinto di persone da vicino, non c'è spazio per una visione più ampia e anche quando è al di fuori lo spazio non è mai vuoto, è talmente riempito che la distanza è mal percepita. Quale possibilità dunque per il cinema ad Hong-Kong? Ci poniamo tale domanda perché sembra che la macchina da presa sia qui stretta, non tanto perché non può riprendere qualcosa che non si metta subito dietro qualcos'altro, in una sorta di catena - sarebbe assurdo pensarlo e non del tutto vero -, piuttosto perché non ha altro spazio di ripresa che questo, non può che riprendere questi smantellamenti e ridimensionamenti della città in quanto fanno parte ormai in modo radicato della popolazione di Hong-Kong, la quale si può muovere solo in questi spazi che inevitabilmente la comprimono e la determinano. Certo, messa così può valere per tutti, ma quale conseguenza in questa circostanza? Un film a Hong-Kong che non mostrasse, non tanto gli smantellamenti nel suo compiersi, ma i movimenti delle persone così dati, sarebbe un film che nasconde qualcosa che invece Manuel Alvarez Diestro vuole porre in modo evidente: la convivenza tra vivi e morti non è mai pacifica, ma mentre di solito è una convivenza ben lontana e distante dai pensieri quotidiani, qui non può che pesare o, forse e più probabilmente, cadrà nell'indistinto come il resto. Ecco che, cosa può il cinema ad Hong-Kong, non è una domanda banale, perché l'indifferenziato livella, appiattisce e sembrerebbe non portare a nessun moto rivoluzionario: Diestro non ce lo mostra e forse è proprio il suo non mostrarlo l'importante, perché non può manifestarsi in modo palese, deve essere ricercato, non tanto perché la fatica è - cattolicamente - necessaria per arrivare ad un certo fine, quanto piuttosto perché non può essere che un compiersi faticoso: tra le pieghe dell'indistinto - forse - può esserci una scintilla e allora, a volte, non sta al cinema catturarla, sta ad esso mostrare lo stato di cose, semplicemente, e sta a noi cercarla, al di fuori del film.   



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