Diary of a short


Flavia de la Fuente deve girare un cortometraggio da presentare a un festival. Le viene chiesto di farlo - già, ma fare cosa? Diary of a short (Argentina/Cila, 2015, 18') è precisamente questa incertezza, quest'indecisione, questo galleggiamento che sfiora gli eventi senza in realtà coglierli, perché, in effetti, non c'è nessun evento o, meglio, alcun occhio pronto a coglierlo, l'evento. Così, il cortometraggio si trasforma in qualcosa d'altro da sé, dal cortometraggio che dovrebbe essere e che non sarà mai: un diario, qualcosa di fragile ed evanescente il cui clamore è quello dell'eco, cioè del ritardo rispetto all'avvenimento, e quindi dell'inadeguatezza nei confronti di ciò che ci definisce per tramite del nostro dovere, l'Altro. Un Altro che chiede un film e dà, cioè impone, la massima libertà di realizzazione, il che fa necessariamente emergere un ambiente dentro cui la regista si ritrova ad esistere; l'esistenza della regista è così pienamente determinata da un ambiente dentro il quale è libera di muoversi, sì, ma qualsiasi movimento essa possa fare è comunque già contemplato dalle linee di forza dell'ambiente. L'immagine, allora, diventa qualcosa di più etereo e conturbante, pressoché inquietante. Non è l'immagine dell'ambiente o, meglio, certo che è l'immagine dell'ambiente, e però è come se ci fosse un urlo che provenisse da fuori e che fosse come stretto, strangolato dall'ambiente, il quale, per definizione, si determina solamente interiormente. È l'urlo della regista prima di essere tale, dell'ambiente prima di essere immagine, dell'immagine prima di essere cinematografica: è la libertà che ci precede e che svanisce nell'atto stesso della nascita. «Nascere è abbandonare un morto.» Tutta l'esperienza connessa a Diary of a short è un'esperienza dell'eternità perduta, della necessità del vivere. In questo senso, non bisognerebbe credere che l'impossibilità di girare un film sia strettamente allacciata all'impossibilità del film in sé: il film, come vediamo, esiste, c'è, ma è un diario, e il punto è tornare attraverso di esso, del film come noi lo vediamo cioè, al film di cui il film che vediamo è diario, ed è qui che trionfa Flavia de la Fuente: l'urlo, per quanto strangolato, insiste e sussiste, e il punto non è udirlo, percepirne l'esistenza, ma cogliere la sua insistenza ai confini invalicabili dell'ambiente che ci fa esistere e ci determina. C'è un urlo, rimane un urlo, insiste un urlo. È l'urlo del cinema prima della sua realizzazione filmica, l'urlo del morto che abbandoniamo nascendo. Da qui l'impossibilità di realizzare un film: il film, cinematograficamente parlando, ci precede. E l'unica cosa che è possibile realizzare, più che il cinema in sé, è un film che evochi il cinema. Cinema che può solo essere evocato, dunque, ma si tratta di un'evocazione straordinaria, commovente, violenta: è necessario evocare il cinema, è necessario concepire il film come il diario di un film più che un film in sé. Ed è necessario farlo nel momento in cui tutto ciò che viviamo è silenzio: il cinema è l'urlo dell'Altrove, e non può certo essere udito se il nostro è l'ambiente del silenzio ma, però, può essere visto, e, in fondo, non si tratta altro che di questo, vedere l'urlo nel silenzio.

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