Continental drift



Esperienza a dir poco elettrizzante, Continental drift (Bangladesh, 2014, 7') deve probabilmente la sua grandezza alla capacità del regista, Nayeem Mahbub, di diventare altro dall'autore dell'opera, nel senso che non è creatore se non a livello materiale, ma ciò non basta perché sì, se ne distacca completamente, ma quest'altro che diventa non si definisce esclusivamente in qualcos'altro, bensì con Continental drift si tratta essenzialmente di riuscire - e ci riesce - a trovare un'a-soggettività, la quale non è semplicemente assenza, è anche qualcosa che precede e che tuttavia ci costituisce: la voce, che emana le parole che vanno a costituire un tutt'uno con le immagini, è essa stessa una voce senza soggetto, cioè una voce senza identità - non perché non appartenga a qualcuno in particolare, ma perché non parla per questo qualcuno, parla per tutti quelli che hanno vissuto l'esperienza della lotta per il riconoscimento in un Paese straniero e, ancora, questo tutti per cui parla, non si colloca unicamente nel presente, perché questo significherebbe determinare questa voce, bensì parla anche per chi non c'è stato in questi luoghi, i famigliari e amici morti prima di queste lotte, che pure sono presenti e lo sono perché anche loro hanno fatto storia con la loro assenza, perché sono nella mente di chi ha travalicato il continente e, soprattutto, sono presenti in Continental drift. Durante il cortometraggio questa voce continua a darci indicazioni su cosa c'è in un determinato luogo e l'importante non è tanto stabilire se è il luogo dove realmente sono accaduti i fatti, piuttosto vedere come questo «qui» rimandi ad un'assenza che costituisce una presenza molto forte, in quanto si compie grazie ad un travalicamento della storia, del passato, di quello che c'è stato e che forma il presente, ma ciò ancora non basta, il film si conclude infatti con un «qui siamo noi»: ebbene, con questo generale «qui», capiamo che esso è proprio il luogo delle immagini del film, il quale è l'unico spazio che può permetterci di non fare un semplice movimento regressivo, non basandoci così solo in una compenetrazione del passato nel presente, bensì il film diventa lo spazio che ci permette di pensare davvero ad un'assenza che diventa presenza, di includere quindi la regressione temporale nel presente filmico e, fondamentalmente, nello stesso istante, passato e presente si annullano, diventando così coincidenti. In questa coincidenza, la macchina da presa non può che riprendere in modo da risaltare giochi di ombre e luci, od ombre nella notte, affinché possiamo vedere una forma che sfugge, mostrando un ordinario non più tale, che mostra quindi una sensazione. Insomma, si tratta di riuscire ad annullare il tempo così come lo conosciamo, il tempo cronologico, per istituirne un altro, proprio ed originale del film, in cui possiamo quindi finalmente fare un'esperienza nuova, non ordinaria e che tuttavia possiamo esperire, unicamente per poco, è vero, ma esiste ed ha una propria forza che non possiamo ignorare. 


Nessun commento:

Posta un commento