Celeste



In fondo, ogni ritratto che si cerca di compiere di una persona tiene conto del fatto che ritrarre non significa e non può ridursi né a rappresentare la realtà così com'è, né a rappresentarla in modo almeno verosimile, piuttosto significa cercare in qualche modo di captare delle forze che concernano l'individuo e ciò che gli sta attorno: è quello che tenta di fare Diogo Varela Silva in Celeste (Portogallo, 2015, 60'), dove si cerca di cogliere cinematograficamente quel qualcosa che accompagna Celeste Rodrigues e che va trattato con estrema cautela, come se fosse una ragnatela con la quale dobbiamo avere un certo riguardo per non frangerla: si tratta piuttosto di rifrangere il suo luccichio attraverso lo schermo cinematografico, in modo da poterlo riprodurre senza tradirlo e consapevoli dell'impossibilità di poter creare la stessa cosa. Questo però non esaurisce il compito del film, perché se Celeste Rodrigues riesce a sentire un tremore, un brivido quando canta, questo avviene non solo nella sua sfera privata ma anche in chi la ascolta e riesce ad essere in sintonia con il suo canto e questo brivido è un'altra particolarità che Diogo Varela Silva si prefigge di rendere per immagini, quando la sfera privata della cantante durante l'esibizione si spezza, non potendo fare altro che mutare forma, diventando una linea di collegamento tra chi canta e chi ascolta: fa parte del potere della musica la capacità di «disincarnare i corpi» che vengono così attraversati ed infine trascinati in un altro elemento (Deleuze). Se Diogo Varela Silva riesce nel tentativo di rendere visibile l'invisibile è probabilmente perché c'è qualcosa che attraversa le immagini, un qualcosa di indicibile ma che si era attualizzato precedentemente rispetto al film, ovvero nel rapporto tra Celeste e il regista ed è proprio questo rapporto, mai ostentato, mai detto e che tuttavia li lega, ad essere la sola cosa che riesce a fare in modo che nel film si senta uno sprigionarsi di uno spiraglio di forze libere, vitali, le quali sole sono responsabili dell'aver spezzato l'eventuale formalismo che si poteva creare di fronte ad una videocamera. Abbiamo visto con Raimundo (Portogallo, 2015, 28') un tentativo simile, nel senso che il ritratto del soggetto principale, Raimundo Bicudo, risultava una compenetrazione tra due soggetti che si incontrano - ovvero Raimundo ed il regista - e ciò non poteva che portare ad un qualcosa, il film stesso, che per necessità di cose era il risultato di un rapporto e non poteva che esserne influenzato, andando quindi a formare un film praticamente a quattro mani. In Celeste la stessa cosa avviene in maniera più sottile e concretizzandosi infine in qualcosa che risulta ovviamente diverso e questo probabilmente è dato dal fatto che il rapporto è diverso, è tra due persone molto vicine: non solo il regista ha delle affinità con Celeste Rodrigues che derivano dalla parentela ma in qualche modo le due personalità sono intensivamente affini, riuscendo così a costruire un film che, pur non parlando di loro ma rimanendo sulla cantante, trae forza dal loro incontro. Cinema come creatura, come spazio capace di far scatenare delle energie: libere, al di là delle oppressioni quotidiane che attanagliano il rapporto, possono così proliferare e dare luogo a qualcosa che travalica il tempo e che è estremamente vitale.

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