Bunte Kuh



Non si capisce bene cosa stia accadendo in Bunte Kuh (Canada, 2015, 6') e per questo non si può neanche definire cosa accadrà alla fine del cortometraggio o alla fine delle singole scene, che potrebbero valere di per sé e che si esplicano esattamente nel tempo che durano e tuttavia non esplicando nulla in particolare. Possiamo dire poche cose di questo cortometraggio, come il fatto che qualcuno stia raccontando qualcosa sulla sua vacanza e nulla più, i rumori che sentiamo ed alcune immagini ci rimandano a qualcosa che sembra avere un che di diverso da - crediamo - quello per cui sono state girate, in un'atmosfera non serena, intervallata da qualcosa che attenua un po' questa visione: insomma, non capiamo nulla della narrazione che cercano di attuare e probabilmente questo è dato dal fatto che il cortometraggio è costituito da varie parti che non sono di un unico evento con una certa consecuzione, bensì più eventi distinti (scene e suoni) messi insieme tra loro. Mettendo insieme i loro vari materiali Parastoo Anoushahpour, Faraz Anoushahpour e Ryan Ferko hanno creato qualcosa di confuso e tuttavia unico, armonico anche se manca di un telos e forse è proprio questa la sua forza, perché così facendo ci dimostra un'armonia che scardina qualsiasi teleologia, che qualcuno crede si erga in noi: certo, possiamo anche dire che guardando al passato non solo facciamo una sorta di archeologia ma continuamente costruiamo il futuro, in un progetto che sappiamo sarà svelato solo alla fine della nostra vita e tuttavia possiamo sentire come queste parole siano tremendamente strette quando guardiamo cortometraggi di questo tipo. Mettendo insieme e sovrimponendo diverso materiale di tre persone diverse ci hanno mostrato come non ci sia nulla da svelare, nulla che ancora non capiamo ma che capiremmo, nulla a cui tendere, perché in fondo il cortometraggio, seppur mandandoci in una momentanea confusione ci mostra un'assenza di telos che è propria del mondo fintanto che non è lo stesso uomo a immetterla, a posteriori, per sue necessità, una struttura definente, del passato e che rimanda al futuro. Ebbene, di questa struttura cosa ne facciamo? Semplicemente quello che ne vogliamo essendo messa a posteriori: se questo cortometraggio tenta di dire qualcosa lo ricerchiamo semmai in un non-senso proprio del collegamento delle immagini come queste, che lasciano un qualcosa di inappagato, come al solito, ma tuttavia che si danno a noi cercando di essere almeno non mediate dal senso, quanto piuttosto da un'associazione che in questo cortometraggio risulta essere molto emozionale, intima e che tuttavia trova nel suo porsi nel mondo la componente dell'alterità, proprio come hanno fatto Parastoo Anoushahpour, Faraz Anoushahpour e Ryan Ferko: un'intersoggettività che ha al suo interno elementi unici e che combinati tra loro danno luogo a quel di più che ritrova gli altri in sé, in una confusione di relazione tra immagini quale può essere un film.



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