Before the beginning


Bisognerà comunque arrivare a vivere, a un certo punto. Con una consapevolezza tutta nuova e lucida, coinvolti in un'esistenza nella quale non si può che galleggiare, piena com'è, al contempo, di essere e non-essere (Dorsky). A questo punto, però, non si dirà: smettiamola col cinema; piuttosto, sarà l'ultima volta che si farà cinema, ed è questa ultimità ciò che emerge e permea l'ultimo lavoro di Stephen Dwoskin, Before the beginning (Inghilterra/Belgio, 2015, 70'), girato assieme all'amico Boris Lehman: cinema, perché si tratta ancora di fingere sul proprio corpo, di cercare in esso un'alterità che rimandi all'altro, Dwoskin a Lehman e Lehman a Dwoskin. Che altro si potrebbe fare? Stephen Dwoskin non ha mai rinunciato alla vita, ma è proprio la consapevolezza della propria vita a ritirarlo in un cinema senza il quale, di fatto, la vita non si darebbe, non perverrebbe. E però la vita non può scaglionarsi al fondo del film né il film dev'essere un medium affinché la vita passi attraversandolo, e così ci si ritrova in un cul-de-sac all'interno del quale, comunque e insperabilmente, qualcosa vibra ancora. Lehman e Dwoskin, cioè da Lehman a Dwoskin e viceversa. Questo tentativo, commovente e meraviglioso al contempo, di perpetuare la vibrazione, di non lasciare che l'entropia arresti il sistema ma continuare la metastabilità dello stesso. In fondo, non si tratta altro che di questo: il corpo di Dwoskin, quello di Lehman, la loro corruzione, il cinema sporco che ne scaturisce ed è per ciò vitale, poiché la vita si consuma ed è questa stessa consumazione, cioè qualcosa che resiste all'entropia definitiva perpetuando lo spreco, la destabilizzazione del sistema e via dicendo. Ecco, il cinema di Dwoskin è proprio questo. Un cinema corporeo, quasi una menta spinoziana, idea cioè del corpo col quale condivide in parallelismo ineluttabile e definitivo. Certo, c'è del dolore in esso, ma il dolore è qualcosa che passa, che attraversa la superficie cinematografica, manifestandosi in essa e insistendo su essa quel tanto che basta a lasciare un segno, la carrellata di volti di Age is... (Francia, 2012, 75'). Ma oltre a ciò? La domanda sul corpo precede il cinema e non è del tutto adatta, perché, se il punto è la degradazione del corpo stesso, allora è proprio di questo che si deve parlare, della degradazione: bisogna continuare la degradazione, perpetrarla, perché un sistema è tale solo in quanto in via di destabilizzazione, di degradazione, ed è proprio questa degradazione, in ultima istanza, a garantire la problematicità del sistema, quindi la vita, che simondianamente è proprio questo. Allora, il cinema è come la stanza di meditazione di Dwoskin: cielo aperto, dov'è impossibile meditare. Certo, c'è la vita e da qui il cinema, ma la vita sarebbe impossibile senza il cinema, poiché è solo per questa via che si riesce ad isolare un campo virtuale la cui attualità è la problematizzazione, la degradazione stessa di quel virtuale, di quel possibile che non si realizza mai completamente. Ed ecco, allora, il gioco dello scambio, il provare tu a essere io e viceversa, perché cinematograficamente siamo coinvolti nello stesso campo virtuale. E Intoxicated by my illness non era proprio questo, in fondo? La degradazione del corpo come già che problematizza l'attuale, come ciò che garantisce la destabilizzazione del sistema, prima della sua stabilità, ovverosia la sua morte come cessazione energetica. Before the beginning, dunque, ma in questo prima non si tratta di disfarsi della propria particolarità, come mostra Trying to kiss the moon (USA, 1994, 95'), bensì di ritrovarla nell'altro che condivide con noi lo stesso dolore, quello cioè di ritrovare proprio nella degradazione, nella destabilizzazione la propria condizione vitale: l'impossibilità di ritrovarsi l'uno nell'altro si manifesta allora non come vicolo cieco, come dannazione a se stessi; semmai, è proprio questa impossibilità a fare e disfare la vita, rimandandola a qualcosa d'altro da sé e differendola da sé medesima. Before the beginning, dunque. Per continuare la vita, ricercando quella metastabilità non in essa ma nel campo ulteriore dentro il quale la vita stessa si manifesta come fonte di problemi: qui c'è il cinema, e allora non si tratta più di smettere di soffrire ma di guardare al proprio corpo (Lehman) come la sofferenza incarnata - e però questa sofferenza sta prima, mi precede, e sono piuttosto io a incarnarla (Dwoskin) e, incarnandola, vivo come essere problematizzante, non in rotta col mio corpo ma in sintonia con esso, poiché è il suo dolore ciò che mi fa risolvere i problemi che quel dolore medesimo pone. Ora, però, non si penserà mai che Lehman e Dwoskin s'incrocino e, da ciò, nasca un film; anzi, Before the beginning è un film palesemente sdoppiato e raddoppiato, ma perché, anche a questo livello, non si tratta che di differire internamente differendo ad altro: il corpo e il dolore, il gioco impossibile dell'essere l'altro, il film che è un doppio - e quindi, necessariamente, più corporalmente che idealmente, più materialmente che metafisicamente, il cinema, che non accade in un al di là impossibile ma si manifesta come campo all'interno del quale accadono questi sdoppiamenti, il film e la vita, Dwoskin e Lehman, il dolore e il corpo. Il dolore del corpo da una parte e il corpo del dolore dall'altra, ma il corpo del dolore è un antefatto, qualcosa di prima dell'inizio, vien da dire quasi statico. Un dolore perfetto, così denso da annullare ogni speranza di felicità e di salute. Un dolore che non conosce altro. Poi, l'incarnazione del dolore nel corpo, e questo corpo che vuole vivere, un'amicizia meravigliosa che vorrebbe persino abbattere le barriere corporee per ritrovarsi nel corpo dell'altro, e un'intensa, incredibile insoddisfazione che ci accompagna lungo tutta la vita nel concretizzare il fatto che non si può guarire, non si può ritrovarsi nell'altro, ma è proprio questa impossibilità a rimandare al cinema - e, cinematograficamente, Dwoskin è lì, assieme a Lehman, una volta ancora.

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