And when I die, I won't stay dead


And when I die, I won't stay dead (USA, 2015, 89') è un documento più che un documentario, e lo è nella misura in cui non attesta affatto di una vita ma dell'energia che ha reso possibile quella vita, quella cioè di Bob Kaufman, il Rimbaud della beat generation. Per Billy Woodberry non si tratta infatti di dare testimonianza della poesia né della vita di Kaufman quanto, piuttosto, di intercalare quella stessa poesia, così prossima alla vita, nel documentario medesimo, rendendo così quest'ultimo un qualcosa dal valore effettuale autonomo. Del resto, la poesia stessa di Bob Kaufman non può che essere pensata all'interno di una politica che solamente se vinta può, in effetti, dare una vita, poiché questa stessa vita non solo è presa nelle maglie del sociale ma lo stesso sociale non può che evincersi grazie alla vita, a una vita qual è stata quella espressa da Kaufman nella sua poesia, la sua vita. Poesia come espressione di una vita, dunque? Più o meno, perché il gioco di prestigio può riuscire bene a un poeta da quattro soldi ma non può certo far risorgere la poesia dalla vita, semmai viceversa: non si tratta, insomma, di ritrovare un'espressione nella poesia, di fare della poesia medesima un'esplicazione della vita o, meglio, può anche darsi che sia così, ma, se la poesia di Kaufman ha reso possibile questo meraviglioso lungometraggio, ciò è dovuto al fatto che, una volta espressa nella poesia, la sua vita non ha cessato di performarsi in altre maniere, che la poesia stessa, pur evincendo, non riusciva a trattenere. Ecco, allora, che è proprio questo resto, questo residuo innominabile a contare: un residuo che la poesia certamente tocca ma senza trattenere. «Ma a cosa serve la poesia, se poi viene il lupo e se la porta via?» chiedeva Canali, e sembra proprio che ora, Woodberry, abbia una risposta. La poesia non serve a nulla perché, come la filosofia per Aristotele, non è serva di nulla. La poesia non informa, ma evoca. Non si tratta di fare la poesia di una vita, di una politica; semmai, si tratta di fare in modo che la poesia, virtualizzando quella vita, dia come la possibilità di rintracciare un eco, di formare una sensibilità, un orecchio in grado di cogliere quel qualcosa che prima di essa sfuggiva. E quel qualcosa è l'irriducibilità stessa della poesia e della vita di Kaufman. Kaufman non viveva per scrivere e non scriveva per vivere; piuttosto, le due cose erano come impossibili da discernere, e il fatto è che laddove la poesia esprimeva qualcosa della vita la vita andava a parare altrove, così come quando la vita manifestava qualcosa la poesia non poteva che trattenerne una parte, dirne una briciola. È come se la poesia dicesse la vita, ma sotto una luce diversa che nemmeno la vita potrebbe illuminare; è come se la vita esperisse la poesia, ma attraverso un'esperienza irriducibile e altera alla poesia medesima. Semplicemente, si evocano... e compito di Woodberry, allora, non è che recuperare quel punto di coesistenza e coestensività in cui la poesia e la vita non tanto dicono la stessa cosa (sarebbe pleonastico) ma la poesia e la vita sono in nuce, nel loro farsi da cui non li puoi discernere: e, questo, solo il cinema può carpirlo, come insegna Woodberry. Cinematograficamente, infatti, la poesia e la vita non sono prese in una morsa stritolante. Semplicemente, il cinema è una monade che, a seconda del punto di vista, vede ora la poesia ora la vita, il che non soltanto realizza pienamente And when I die, I won't stay dead come documento, come cioè qualcosa di originale e originario piuttosto che come un passaggio necessario cui differire per poter riferirsi a Kaufman, bensì realizza la vita e la poesia stessa di Kaufman, quella poesia che non poteva darsi vinta se non vincendo la politica, cioè non trapassando la poesia di vita ma trapassando la vita stessa di poesia. Ed, ecco, la vittoria di Kaufman, la liberazione delle potenzialità contenute e possibili nella sua vita e nella sua poesia, stanno giusto qui, in And when I die, I won't stay dead, espressione decisiva di un rapporto mai definitivo, sempre ritrattabile.

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