A private happiness


A private happiness (USA, 2003, 11') è con ogni probabilità il film d'amore più bello che sia mai stato girato assieme a Love after love (USA, 2014, 5') di Paul Clipson, e lo è proprio nel momento in cui conserva quella discrezione che è propria di ciò che non può darsi manifestamente se non nel privato, nel transeunte, nell'insieme di punti stocastici tra i quali non è di certo il più visibile né, probabilmente, il più importante ma, permeato della stessa casualità degli altri punti, viene a darsi in maniera pressoché opaca, non focalizzata - e non è forse questa, l'essenza stessa dell'amore? Si tratta, allora, non tanto di mostrare l'atto amoroso di per sé, la felicità in quanto tale, ma la privatezza che avvolge ed è intrinseco a quest'atto, poiché è solo non disperdendo tale privatezza che in effetti può essere, da una parte, dato l'amore e, dall'altra, mostrato in maniera lucida e trasparente: la privatezza è forma che fa trapassare lo sguardo al nucleo contenutivo, ovverosia l'amore, ma sarebbe sbagliato cogliere il movimento ondulatorio caratteristico dei film di Leighton Pierce come ciò che opacizza e, insomma, assume su di sé la carica privata dell'atto, poiché tale movimento è già di per sé atto e, dunque, amore. E se in White ash (USA, 2014, 30') un simile movimento porta a un divenire-cosmico, allora dobbiamo concludere che si tratta del medesimo amore a condurre a una simile coscienza universale e panica. L'amore come immanenza, l'amore come unità più totale che totalizzante, Dio di Spinoza che si dà solamente come insieme di tutte le possibilità, perché, «solo in quanto "nel" noi io e tu - come reciprocamente appartenenti - già siamo, io appartengo al luogo dove tu sei, può lì dove tu sei costituirsi un luogo "per me", può il tuo esserci in futuro, il tuo esserci attuale, e il tuo esserci stato decidersi come "mio" qui. L'orientamento fattuale nel senso del qui e del lì è qui possibile soltanto sulla base dell'inquadramento spaziale aperto all'amore, dell'esser noi amante. Ciò non significa che qui due esistenze in di volta in volta unilaterale intenzionalità costitutrice progettano ora un mondo ora il loro mondo, e partecipano di mondi duplici, ma l'esserci originariamente, cioè senza il cammino allungato del mondo e del se stesso, inquadra il qui dell'essere insieme» (Binswanger). L'amore è atto, ed è quindi per questo che il dinamismo delle immagini non è forma opalescente bensì nucleo, amore; in quanto atto, l'amore è il puro possibile, che riconduce all'originario Uno, alla possibilità prima della sua realizzazione, quando i tuoi capelli sono immediatamente il movimento che le tue mani danno loro e viceversa, e questo movimento è il movimento dell'immagine, della macchina da presa, del cosmo medesimo, del quale tu sei parte irriducibile nella trama fittissima di fibre che lo costituiscono, che costituiscono cioè tu, il movimento, l'immagine e tutto il resto. La riconduzione all'originario, del resto, non deve pensarsi come a una sorta di ritorno in grado di dischiudere quell'originario che è in nuce nell'amante, bensì nel liberare, nel far proliferare l'essere amante degli amanti, quindi un confondere i corpi e, in questa confusione, confondere gli arredi della camera da letto, i luoghi che lei ha visitato, i luoghi in cui tu l'hai vista... in questo qui dell'amore c'è tutto l'altrove del mondo, ed è per questo che l'amore è sempre un affare privato, perché non si tratta più di ridarsi al mondo ma di scoprire il mondo qui, un qui - ed è fondamentale sottolinearlo - che è ovunque soltanto perché l'ovunque è qui e non, come nell'odio, viceversa. La tecnica caratteristica di Leighton Pierce non ha mai avuto più consistenza ontologica di adesso: è il movimento che separa gli oggetti e, separandoli, traccia una perpendicolare che li rapporta, un qui la cui equivocità è manifestazione divina, esperienza panica, accesso all'immanenza: come intuisce Marleau-Ponty, «in Dio potrei amare l’altro come me stesso, ma sarebbe pur sempre necessario che il mio amore per Dio non venisse da me e che in realtà fosse, come diceva Spinoza, l’amore con cui Dio ama se stesso attraverso di me. Cosicché, in ultima analisi, non ci sarebbe in nessun luogo né amore dell’altro né l’altro, ma un unico amore di sé che si intreccerebbe su se stesso al di là delle nostre vite, che non ci riguarderebbe in nulla e al quale non potremmo accedere. Il movimento di riflessione e di amore che conduce a Dio rende impossibile il Dio al quale vorrebbe condurre».

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