A distant episode


A distant episode (Inghilterra/Marocco, 2015, 20') è senza dubbio lavoro minore di Ben Rivers, e non certo in fatto di durata. Del resto, forse due film in un solo anno sono un po' troppi, e se l'impressione, alla fine della visione, è quella d'aver assistito a un'opera realizzata più per presenziare ai festival, rabberciando materiali di scarto da The sky trembles and the Earth is afraid and the two eyes are not brothers (Inghilterra/Marocco, 2015, 100'), che per avere qualcosa da dire, allora, forse, conviene anche sbollire la rabbia, prima di scrivere. Sì, perché Ben Rivers è il regista di Ah, liberty! (Inghilterra, 2008, 20'), che, per intenderci, basta a risolvere un'intera cinematografia, e non può che far incazzare vedersi capitare tra le mani un'opera simile. Certo, alcune opere rimangono inarrivabili, e probabilmente - retrospettivamente - già con Two years at sea (Inghilterra, 2011, 88') il regista aveva in mente di cambiare rotta, acconsentendo a uno sguardo più intrusivo che ambientativo: se nel cortometraggio del 2008, la mdp era come sostenuta dallo stesso bagliore, dalla stessa forza che faceva correre quell'auto nella fanga, con il lungometraggio del 2011 Rivers opta per un uso diverso della mdp, comunque ravvicinato, e però come pesante di un'alterità che, più che disfare l'intimità dell'ambiente cui guarda, pone uno sguardo all'interno di quell'ambiente, e in questo senso fa passare in esso, dentro esso, l'alterità che si porta seco. Ora, quest'alterità è proprio ciò che pesa in A distant episode. Che succede? Sostanzialmente, degli astronauti in una spiaggia marocchina, e fin qui tutto chiaro. Ma per andare a parere dove? Ben Russell, che con Ben Rivers ha realizzato A spell to ward off the darkness (Francia/Germania/Estonia, 2013, 95') guarda all'etnografia in maniera squisitamente demartiniana, ma risolve la relatività e il criticismo attraverso il cinema: è il cinema a permettere l'etnografia e a garantire uno sguardo etnografico, come emerge chiaramente dalla trilogia The garden of earthly delights, cominciata con Let us persevere in what we have resolved before we forget (Francia, 2013, 20'), proseguita con Atlantis (Malta, 2014, 24') e chiusa con Greetings to the Ancestors (USA, 2015, 29'). È attraverso il cinema che possiamo vedere, non viceversa. Ora, che accade in Rivers? Fondamentalmente, il contrario. Il cinema è l'elemento estraneo e solo grazie a quest'estraneità noi possiamo vedere. Gli astronauti ci garantiscono un'estraneità che, lungi dal risolversi brechtianamente, permette allo spettatore di abitare quel luogo o quantomeno di vederlo. L'etnografia di Rivers è così critica da dissolversi in un puro gioco di specchi. Tramite l'estraneo, il cinema, noi arriviamo a vedere i riti, le usanze e via dicendo dei marocchini, le quali non potremmo comprendere altrimenti - secondo Rivers - poiché troppo altre da noi. Credo che sia questo il problema sostanziale di A distanti episode. Lungi dal comprendere il cinema come un campo d'immanenza pienamente abitale, nel quale possiamo ritrovarci non a vedere ma proprio affianco della popolazione altra, Rivers lo interpreta come un'estraneità, un qualcosa d'occidentale, e questa vena occidentale deve essere spinta ai massimi livelli, perché è garanzia di visione: una visione, però, falsata in partenza, estranea a se stessa. Un demartinismo spietato. Il gioco, però, alla lunga non regge, poiché diverse cose non tornano: perché il cinema? perché l'etnografia estraniata e non l'estraneazione dall'etnografia? Ah, liberty!... E forse davvero c'era un'ultimità in quel lavoro, un grido bisbigliato, colmo di nostalgia per una libertà non più esperibile. Cosa rimane? Rimane, appunto, un episodio distante - ma distante da quella libertà, ed è solo questa consapevolezza che lo salva. Un buon film, certo, ma solamente se interpretato nella sua impossibilità di dire altro nel momento stesso del suo dirsi altro. Un buon gioco, un impegno nella fotografia che ancora lascia afasici... ma è un gioco, una spiaggia con degli astronauti. E poi? Poi niente. La bellezza che tutto quello che ci rimane sia bello solamente quando si dice altro rispetto alla bellezza vera e propria, che invece - secondo Rivers - abbiamo perso (e dobbiamo accontentarci).

13 commenti:

  1. Ma, che tu sappia, è un libero adattamento del racconto omonimo di Paul Bowles, una semplice citazione al titolo, oppure non c'entra nulla?

    Di Ben Rivers ho visto poco (nello specifico, Two Years at Sea e A spell to ward off the darkness), anche per difficoltà nel reperire altri titoli, ma mi è sembrato un autore molto interessante.
    Spiace leggere di una regressione e, se ho interpreato bene il tuo post, di una certa sterilità di quest'ultimo lavoro.

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    1. Yep. Rivers quest'anno ha fatto un lungo, ispirato a Bowles. E quest'altro lavoro, che son praticamente gli scarti del primo, l'ha voluto comunque far ritornare a Bowles per riallacciarlo al lungo, componendo così come un distico.

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    2. Aleagio Fischetti12 novembre 2015 12:48

      Sembra un film intrigante con una fotografia che ricorda il miglior Rossellini. Spero passi in qualche cinema d'essài per andarlo a vedere.
      Bowles da sempre offre ottima ispirazione ai grandi del cinema come è il caso del Te nel deserto del nostro Bertolucci, di cui è anche possibile ricordare la bellissima composizione del giapponese Sakamoto. Inutile sottolineare come il rapporto tra cinema e letteratura è sempre fecondo e vitale in mano agli Autori con la A maiuscola!
      Questo Ben Rivers sicuramente segue le orme dei grandi maestri quindi merita attenzione. Grazie a te per mettere in luce nuovi talenti.

      Buona giornata.

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  2. Voi state qui a menarvela su queste quattro stronzatine e nel frattempo Shia Labeouf si sta rivelando l'artista definitivo di questi anni.
    Queste cose dovresti seguire Yorick, non i rigurgitini di Rivers...

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  3. Ma dai, per #allmymovies? Serio?

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  4. Non solo, ma sì, anche per #allmymovies, cara Carotide.
    Comunque ne riparliamo tra qualche anno, scommetto che mi darete ragione.

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    1. Ok, mi farò gonfiare però da tua madre, ho qui una bella cannuccia dove soffiarci dentro.
      Avvisala che almeno si prepara

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    2. Sono l'anonimo di prima e mi dissocio dal commento di Marco quassù; personalmente è un tipo di transazione che non mi interessa. Se proprio ci tiene, spero si comporti da gentiluomo.
      Aggiungo che sono dispostissimo a morire gonfio a tempo debito.
      Comunque, per la performance #allmymovies ha avuto buone parole persino Benning, non ho il primo coglione che passa.

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    3. *non il primo coglione che passa.

      Perdonate l'errore di battitura. Ciao cari.

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    4. E allora? Da che mi risulta, Benning fa film, mica il critico. Oddio, può anche farlo, ma a me fottesega onestamente di quello che può dire su Shia Labeouf... ma sarà che io sono sano di cervello.

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  5. Suvvia, "sano di cervello"... ora non esagerare.
    Io di me non mi azzarderei mai ad affermare una cosa del genere con tanta sicurezza. Poi oh, contento tu...

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