3000 houses (3000 Häuser)







Se può avere un senso proporre, o meglio, riproporre 3000 Häuser (Germania Ovest, 1967, 17') ai giorni nostri, non lo possiamo sapere con certezza, in quanto, se alla fine degli anni '60 poteva andar bene credere con ingenuità alla potenza e alla necessità del cinema al posto di lanciare bombe, ora, dopo tutto il cinema che c'è stato, non lo potremmo affermare e crederci davvero a meno di non tentare di cambiare tipo di film: in fondo, siamo ancora in un mondo disastrato, nel quale l'educazione di massa non sembra essere granché servita in questo senso. Il film di Hartmut Bitomsky e Holger Meins si colloca in maniera molto standard nei film di quell'epoca, in cui si tentava di attuare una critica sociale attraverso il cinema, non tanto sul cinema stesso e nemmeno problematizzando il mezzo cinematografico. Ciò che colgono i due registi riguarda quindi quello che in quegli anni lì si stava pian piano attualizzando sempre più, con la formazione di una massa come insieme di individui, i quali non possono che continuare a formare gruppi, stare assieme, perché i bisogni di legarsi ad altre persone rimangono, solo che si legano ponendosi come individui, con in mente la distinzione ben marcata tra sé e l'altro: l'incapacità di stare assieme in un rapporto in cui il soggetto non è mai soggetto ma è un noi, costantemente in rapporto, li precede, va oltre la mera volontà di legarsi ad altri, così che i loro bisogni vengono disattesi continuamente, continuando a concepirsi e rimanere separati insieme, nell'impossibilità data dai tempi che ci precede e forma. 3000 Häuser non fa che mostrarci questa incapacità di stare con gli altri già dalla prima scena del cortometraggio, quando la videocamera ci mostra il gruppo attorniato dal silenzio, in una continua riproduzione di questo legame mancato, il quale non riesce ad attualizzarsi nemmeno con i vari sottogruppi (dove forse possiamo pensare che sia più facile) e tuttavia questa incapacità riguarda il modo di concepire la persona e gli altri, non ha a che vedere con la quantità delle persone, nemmeno con l'onestà del rapporto. 3000 Häuser ci sembra cogliere dunque il fallimentare progetto di questi ragazzi, i quali formano un gruppo ma, non riuscendo a vedersi come tale e in disaccordo sul da farsi, ognuno con la propria soggettività che sola emerge e calpesta l'altro, non potranno infine che dividersi e andare ognuno per la propria strada. Eppure, i protagonisti ci provano, parlano, si mettono d'accordo, litigano, perché, come dicevamo sopra, il bisogno di stare assieme rimane, ma il punto non è tanto la mancanza o meno di comunicazione, l'andare d'accordo o meno, quanto la concezione di sé e degli altri. Il film non può così che finire con gli attori che vagano in un nero che li avvolge, come se non ci fosse un ambiente intorno a loro, o meglio, sappiamo che un ambiente dev'esserci ma questi personaggi sono ormai completamente slegati da esso, non lo vedono e così noi, associando il nero al nulla. Eppure il nero non è nulla, quanto piuttosto un rimando all'assenza di legami con il contesto, che concepiamo slegato da noi, come se fosse qualcosa che non ci costituisse, qualcosa di non abbastanza influente ma che piuttosto influenziamo: venendo a mancare quindi qualsiasi collocazione dell'individuo con il resto che lo circonda, non potranno che sentirsi soli, individui, lasciandoci così, infine, sconfortati dagli eventi. 


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