Traces



Ciò che affascina e insieme rende afasici di Traces (Canada, 2014, 5') è il suo non compiersi mai del tutto, o meglio, il film si compie del tutto, non possiamo però dire che sia un film che tende all'infinito o che ci sia un'apertura nel finale, ma si esaurisce proprio nei suoi cinque minuti ed è anche per questo che Traces ci risulta, non solo un bel film, ma anche assimilabile pur nel suo renderci afasici, proprio perché si pone come finito. Ma facciamo un passo indietro e proviamo a dire cosa ci sia in Traces: ecco che la risposta ci sfugge perché non possiamo dirlo con esattezza, o meglio, non sempre con esattezza, e anche quando identifichiamo, per esempio, un braccio e parte del suo proprietario, non è mai solo questo perché, pur partendo dalla sua forma, che è una forma finita, identificabile, che capiamo e che associamo come parte di qualcosa, non si esaurisce e non si dà a noi mai completamente, cerca di sfuggirci, si muove, si moltiplica, si confonde con qualcos'altro... Per ricollegarlo a qualcosa che già conosciamo possiamo dire che Erin Weisgerber sembri riprendere ed amplificare gli studi coreografici di Maya Deren e nonostante questa amplificazione - ormai l'abbiamo capito - Traces  non tende all'infinito, ma, meglio, nella sua ricerca fa emergere delle potenzialità che sì sono amplificate, ma non per questo sono potenzialità di dio bensì sono le nostre: se la Deren cercava di mostrarci un corpo, evidenziandolo nel suo alternarsi tra movimento e un necessario stoppamento dell'immagine grazie alla macchina da presa, facendoci rapportare nell'immediato con il corpo dell'altro, la cui consapevolezza di esistere diventava in qualche modo anche la nostra e da questa ne veniva ingrandita, Erin Weisgerber spezza questa consapevolezza, non facendocela mai esperire, piuttosto pone sempre questa carne in divenire, mai data, sempre in potenzialità. Il divenire rimane così in Traces sempre tale, intervallato da necessari sprazzi neri, che Weisgerber rende ben visibili in modo da rendercene conto e darci così una sorta di tregua necessaria affinché  si possa sopportare questo continuo divenire. Ecco che allora capiamo perché Traces ci piace tanto ed è proprio perché ha al suo interno una sorta di intermittenza, come diceva Nathaniel Dorsky: «il mio istinto mi dice che i poli dell'esistenza e della non-esistenza si alternano molto velocemente e noi fluttiamo in questa alternanza»*. Tutto ciò ci fa dire che Traces si pone in questo modo sullo stesso nostro piano, si confà a noi completamente e noi non possiamo che aderire al film, diventando tutt'uno con esso e con esso ci espandiamo, in un vero emergere del possibile. 



* Devotional cinema

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