To taste the ground


Opera bucolica, quella di Shannon Lynn Harris, ma tutt'altro che idilliaca: se c'è qualcosa che fugge, To taste the ground (Canada, 2014, 24'), è proprio la loquacità di un idillio precostituito e pronto all'uso, tant'è che, in ultima istanza, il cortometraggio si frange e si rifrange proprio sugli scogli del divenire, dai quali pure emerge; vicino eppur distante alla sensibilità del Good farm (USA, 2012, 4') di Robert Todd, To taste the ground si materializza infatti in un divenire che, in fondo, è anche ciò che lo sconvolge, poiché, lungi dall'acquietarsi nelle dolci distese agresti della British Columbia, una fattoria canadese, esso va a farsi attorno e dentro essa, quasi fosse una rifrazione della stessa. Eppure, To taste the ground non è nemmeno una rifrazione, tant'è che solo tra virgolette potremmo definirlo un documentario. Piuttosto, man mano che il minutaggio scorre, ci si accorge che è la fattoria medesima a essere una rifrazione di To taste the ground in quanto ambiente; in questo senso, i primi, estasianti e incredibili minuti, più che una prefazione al seguito, sono già ciò che sarà in seguito, seguito che, comunque, non sarà mai dato in una forma piegata (all'inizio) e in una forma dispiegata (alla fine), di modo che, nel complesso, il film sia uno spiegamento della vita nella e della fattoria: si capisce, allora, come i vari segmenti che idealmente potrebbero costituirlo, non siano altro che micro-variazioni su un tema che, certo, inizialmente è la fattoria ma che inevitabilmente si conclude ben al di là di essa. Così, la prima parte è più che altro una visione a livello molecolare, mentre la sezione centrale dell'opera è l'occhio puntato nell'identica direzione, solo in una prospettiva macroscopica. Ciò che ne risulta o, meglio, che predetermina lo sguardo è certamente la British Columbia, ma, in effetti, questa è poca cosa; al contrario, risulta interessante notare ciò che determina la variazione, cioè ciò che muove al variare dello sguardo piuttosto che alla direzionalità dello stesso; infatti, ciò che varia e fa variare non è certamente la British Columbia in sé, la quale, peraltro, ammettendo la variazione, varia essa stessa: ciò che effettivamente varia, invece, è il ciclo vitale all'interno della British Columbia, e appare dunque impossibile non cogliere in To taste the ground soprattutto e specialmente una lente, se dalla quale è possibile guardare la fattoria ciò accade perché la fattoria stessa si rifrange nella lente che To taste the ground in ultima istanza è, ed è tale rifrazione che noi effettivamente vediamo, non certo la fattoria in essa, il che, tuttavia, non significa che l'interesse di Shannon Lynn Harris si riversi su un'idea rappresentativa della fattoria, quasi volesse farne un idillio appunto, bensì che non è la fattoria in sé a catturarla o a rendere possibile il piano di visione, che si manifesta, semmai, nella rifrazione-variazione che altera lo sguardo, ponendolo non su di un livello ma tra differenti livelli. Nella frattura tra un livello e l'altro, emerge lo sguardo, sguardo che si fa vicario di un vuoto dunque impossibile se non come costituente lo sguardo stesso, il quale, allora, assume su di sé tutta una potenza virtuale che è propria della variazione stessa, ed è ciò che lascia, infine, afasici, la consapevolezza cioè che lo sguardo, pur non coincidendo propriamente, si trova comunque in un punto non tanto di coesione ma di coincidenza col divenire-vitale che ammanta e permea la fattoria, la quale, a sua volta, acquista tutta la sua consistenza ontologica grazie allo sguardo medesimo, a riprova del fatto che il cinema è in ogni caso preesistente.

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