Summer song

C'è sempre del meraviglioso, ma in Summer song (Canada, 2014, 5') è come se questo meraviglioso fosse già avvenuto, ed è proprio questo passato che, trapassando il film di Clint Enns, fa Summer song, perché Summer song è appunto questa consapevolezza che il meraviglioso sia già avvenuto, una consapevolezza, però, priva di rammarico, tant'è che, in fondo, si potrebbe anche credere che l'efficacia di tale coscienza vada tosto a ritrovarsi più in una sorta di nostalgia che in una rassegnazione stagnante e debilitante; la nostalgia del cortometraggio del canadese, del resto, è essa stessa motrice, nel senso che è veramente scivolosa, fa cioè scivolare gli eventi su quel pianto che di per sé costituisce - piano di consistenza nostalgica che, insostenibile allo sguardo, non si dà mai spontaneamente all'occhio, plasmandolo invece cogli eventi di cui è condizioni di possibilità. In questo senso, l'intimità dischiusa in Summer song è filiale di quella di Poem (Canada, 2015, 4'), poiché, come nell'opera di Browne, è giusto tale intimità a darsi alla vista, protettrice di un piano da cui risalta ed emerge lo sguardo. Si potrebbe, allora, parlare di un disperato ottimismo? No, perché l'intimità è propriamente inefettuale e, come tale, non può darsi in contrasto alla nostalgia; piuttosto, la nostalgia non può che essere intima, il che, lungi dal fare di Summer song un'opera racchiusa in solipsismo familiaristico (da filmino delle vacanze, per intenderci), scandaglia il fondo stesso della nostalgia esprimendolo intimisticamente, la qual cosa ha come logico effetto di non mostrarsi all'occhio dello spettatore in quanto dato bensì, piuttosto, come occhio stesso dello spettatore, il quale ritrova se stesso, e cioè la propria intimità, in Summer song. Rapidamente, dunque, le immagini si fanno vibranti, ma una simile vibrazione è specificamente il coinvolgimento delle immagini nel vissuto dello spettatore - e non viceversa. Così, nell'arco di cinque minuti si assiste alla formazione dello spettatore attraverso le immagini e, contemporaneamente, alla sussistenza delle immagini per tramite e opera dello spettatore medesimo: da una parte, la nostalgia, impossibile a darsi, talmente pura e fragile da essere al di là della soglia di percezione; dall'altra parte, l'evento che da essa emerge, che su di essa insiste, l'evento privato, che però non è semplicemente e banalmente la morte del gatto o una gita al luna park bensì la morte di ogni gatto o, anche «una gita al luna park», nel senso preciso, però, di sostenere tutte le conseguenze dell'articolo indeterminativo, nel quale confluiscono e dal quale promanano tutte le esperienze singolari che si incarnano nei nostri vissuti, nei nostri propri corpi. Inestimabile valore del cinema, un valore che, come scrive Bachelard, non può che tremare: da una parte l'immagine crea lo spettatore, dall'altra lo spettatore fa sussistere l'immagine - e non c'è l'uno senza l'altro, non c'è l'altro senza l'uno, ed è in ultima istanza questa, la potenza di Summer song, ovvero la sua fragilità, il suo essere persistentemente tremante, repentinamente sul punto di cedere all'oblio, al negativo, frattale che si gioca tutto sul salto, il quale, però, potrebbe anche non esserci e che, comunque, anche quando c'è non decreta alcuna necessità assoluta, non inchiodando affatto lo spettatore a sé o l'immagine allo spettatore. Semplicemente, trema... e questo tremito è una vibrazione, espansiva e positiva.

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