Solitary acts


La trilogia di Nazlı Dinçel, Solitary acts (USA, 2015, 25'), pur non discostandosi, almeno esteticamente, dall'opera precedente, Her silent seaming (USA, 2014, 10'), recupera una dimensione che è come se retroagisse, invece, sul cortometraggio del 2014, togliendogli il respiro. Il fatto è che se lì la domanda sul soggetto d'enunciazione veniva posta per essere quindi privata, ora scopriamo che è tale privazione si attua nel momento stesso in cui il soggetto non solo non si pone ma è proprio ponendosi che scivola, slitta, non rimane - e di esso non resta che lo spazio vuoto dal quale emerge, per l'appunto, questa trilogia. Cosa accade, dunque, nel trittico in questione? Di fatto, nulla. Ma questo nulla è positivo, ha tutta una valenza affermativa che, infatti, maneggia la materia per - letteralmente - sfondarla, aprire una voragine in essa. In questo senso, la sessualità è propriamente trans-, nel senso che solo nel vissuto di una sessualità panica, assieme femminile e maschile, può effettivamente aprirsi un varco tra il maschile e il femminile, varco che certamente non denota alcuna transessualità di fatto quanto, piuttosto, un virtuale che, semplicemente, ondeggia e, ondeggiando o, se si preferisce, risuonando internamente dalla crepa/soglia tra il maschile e il femminile, crea come degli a posteriori il maschile e il femminile come differenze posticce e di comodo. Il godimento, allora, assume tonalità allucinate e allucinanti: non si tratta di godere con l'Altro, ma di godere per sé e, soprattutto, di sé. Non che l'Altro non esista, sia ben chiaro, e, certo, la masturbazione non vale come onanismo privato, cioè di privazione dell'Altro o di sé dall'Altro; semmai, e più profondamente, la masturbazione vale come ritrovamento dell'Altro nel sé, il che, comunque, non ha poi molto a che fare con la dialettica ricœuriana del sé come Altro: l'Altro non è implicato perché non esiste, ma una simile negazione del sé è, come si diceva, affermativa, e il polo positivo di questa negazione è un'altra negazione ancora, questa volta ai danni del sé. Il sé e l'Altro, dunque. Ovvero il maschile e il femminile. Oltre i quali non si può andare, ma perché, essenzialmente, essi sono già dei limiti. L'atto privato e solitario, quindi, vale come ritiro, e questo ritiro vale propriamente come rientro in quello spazio che non è più vaginale ma frattale, dunque uno spazio generativo, ontogenetico, saltando dalla piega del quale si hanno, allora e solo allora, il pene o la vagina, insomma il culturale, e il punto è proprio questo, questo lo squarcio: Solitary acts torna veramente a un vuoto assoluto e però generativo, e un simile vuoto è prepotentemente antisociale, poiché solo a scavalcarlo il socius s'iscrive, e l'iscrizione del socius, lungi dall'essere determinata dal vuoto, che, appunto, vale di per sé, determina invece una via per il vuoto generativo, che Nazlı Dinçel percorre, forsennando il socius e giungendo, quindi, a questa transessualità ontologicamente piena, dentro la quale non viene a mancare non soltanto un pensiero del o dal soggetto ma l'esternità stessa, dunque anche un'internità come contrapposta a un possibile fuori. Lì, esiste solamente un qui, e questo qui è ovunque - e l'ovunque è qui. Così, l'atto solitario non ammette altro che una cosa, ovverosia una solitudine produttiva, una solitudine che non è un modo ma un atto, e così dovrebbe essere letto il titolo dell'opera: la solitudine del qui, che si scopre moltitudine (transessualità) dell'ovunque, solitudine panica e panismo della stessa.

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