Scherzo

O, wonder!
How many goodly creatures are there here!
How beauteous mankind is! O brave new world,
That has such people in't!
(William Shakespeare, The tempest)

Scherzo (Italia, 2015, 5') è ciò che è, uno scherzo, e come tale bisogna prenderlo o addirittura accettarlo, eppure qualcosa sfugge nella piccolezza e nella potenza di un simile gesto, perché, se è effettiva e reale la sua natura giocosa, faceta, allora, intercalandolo nella filmografia di Scacchioli/Core, esso va a gettare una certa massa ombrosa in prospettiva: certo, Spectrography of a battle (Italia, 2013, 4') non c'entra praticamente nulla con l'ultimo film del duo nostrano, ma la sensazione che qualcosa si ripeta, che quantomeno a livello di una prima impressione qualcosa permanga, se non altro nell'uso che Fabio Scacchioli fa del found-footage, è forte e non può essere negata. Che Scherzo sia la sintesi di una produzione filmica ormai al tramonto? oppure, più semplicemente, ne è il coronamento, la chiosa? Né l'una né l'altra. Scherzo, infatti, vale per ciò che è, per la sua natura faceta, ma tale natura non inficia affatto retrospettivamente ciò che è stato e rimane del cinema di Scacchioli/Core; piuttosto, è questa stessa rimanenza ad essere solo in vece di quest'ultima opera, la quale scopriamo allora fungere da cassa di risonanza per un cinema che ha avuto tra le migliori ricezioni che siano mai state riservate al cinema realmente e radicalmente indipendente italiano. Si pensi, a questo proposito, a No more lonely nights (Italia, 2013, 20'). Detto questo, e consci dell'impossibilità di reiterare il gesto senza astrarsi da esso e promuovere esclusivamente la pura reiterabilità dentro la quale s'inscrivono i film di Scacchioli/Core, i due cambiano rotta e mutano veramente pelle, girando un cortometraggio in studio, il quale - è importante sottolinearlo - precede questo Scherzo. Perché, allora, tornare a lidi già battuti, a spiagge in cui si sta più comodi, smettere di navigare? È una domanda sbagliata e capziosa, poiché, di fatto, Scacchioli/Core non tornano affatto indietro, e Scherzo è realmente un prodotto che segue un itinerario ed è immanente a esso e, soprattutto, non può pensarsi senza il cortometraggio immediatamente precedente; è quest'ultimo cortometraggio, infatti, a creare un baratro, baratro che Scherzo non colma e, anzi, segue, tant'è che potremmo dire che, a dispetto delle impressioni più precoci, Scherzo provenga veramente non dai film a esso più vicini (i due già citati, ad esempio) bensì da un cambio di rotta repentino e improvviso. È per questo che quest'ultimo, breve lavoro non può essere definito come sintesi o chiosa di un certo percorso, perché quel percorso continua e, mutando, porta a Scherzo, il quale, dunque, dev'essere pensato in tutta la sua carica eccentrica e originale. Lo vediamo subito: su un tappeto sonoro intessuto da un'ispiratissimo Vincenzo Core, Fabio Scacchioli vaga in quello che è l'inimmaginabile per antonomasia, lo spazio, ma lo fa, per l'appunto, cinematograficamente, il che non significa creare un'immagine cosmica quanto, piuttosto, immaginare lo spazio stesso e fare ciò cinematograficamente. La fallacia, propria di uno scherzo ben riuscito (sia chiaro), si nota subito: nello spazio nessuno può udire il tuo tweet, e però, in questo viaggio intergalattico, la musica è kubrickianamente presente e, anzi, sembra essere il vero motore immobile che permette lo scorrere delle immagini. Non solo la musica: in effetti, Scherzo non fa che snocciolare cliché al fine di immaginare lo spazio nella maniera più bulimica possibile. Luci, musica, star hollywoodiane che scompaiono in esso. Tutto, in Scherzo, è fatto per mascherare lo spazio nutrendolo di cliché, i quali vengono infine bucati nel momento stesso in cui, duchampianamente, il titolo del film assume una consistenza tutta propria e particolare, la quale va sostanzialmente a smascherare l'assenza di un'immagine che sia tale. E Scherzo è proprio questo: l'impossibilità di un'immagine. Ancora, però, non basta. Sì, perché al di là dell'impossibilità dell'immagine, ci troviamo di fronte a una sfilza di cliché non solo esasperanti ma anche attrattivi, piacevoli... poi, improvvisamente, il vero vuoto - e così il silenzio. La morte? Senz'altro, ma una morte dalla quale si può tornare in vita, e quindi ecco l'applausino del pubblico ebete, che fugge la realtà per approssimarsi al cartone animato di un cane morto il cui sangue continua a circolare per il solluchero del pubblico stesso. Ecco lo scherzo vero e proprio ed ecco, anche, l'affinità con l'altro cinema di Scacchioli/Core, poiché è proprio in questo punto di coincidenza che le due produzioni s'incontrano: se di lì c'era come la necessità di forsennare anarchicamente un cinema, in particolare quello hollywoodiano, da quest'altra parte l'accento non è più posto sul film medesimo ma su ciò che lo riempie e lo risolve, ovverosia il pubblico, la cui demenza è propriamente non ciò per cui si riempie lo schermo bensì ciò che lo riempie, e Scacchioli/Core, con Scherzo, non soltanto mettono la parola fine con quello che probabilmente è il più grande sfottò cinematografico di tutti i tempi ma anche producono qualcosa di nuovo, quindi di ontologicamente pieno - un muro contro il quale fracassare le teste inebetite e fascistizzate degli spettatori (questa volta, però, non per scherzo).

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