Port noir


Port Noir (USA, 2015, 11') di Laura Kraning è un film sulla perdita (perdita di memoria, perdita di tempo), e tale perdita è necessariamente ciò che viene dunque registrato, perché non si tratta, cinematograficamente, si fermare il tempo, ma di cogliere la sua immutabile mutabilità e, con ciò, penetrarla fino a farla emergere nell'essenza. Così, il negozio di riparazione di imbarcazioni, sommerso dal tempo e da esso fagocitato, non risulta da una prospettiva storico-monumentale che, di fatto, l'immobilizzi, lo tolga cioè dal tempo per fissarne un'eternità comunque posticcia; al contrario, il tentativo di Laura Kraning è di intercalarsi temporalmente in quell'anfratto spazio-temporale che è specificamente il negozio d'imbarcazioni e, con ciò, fissarne il divenire, facendosi quindi trascinare da esso. Si hanno in questo modo due prospettive: da una parte, quella del mutamento (il negozio d'imbarcazioni), dall'altra quella dell'immutabilità (il film stesso), e ognuna è compenetrata dall'altra, tant'è che, nel corso del minutaggio, si assiste progressivamente a uno scivolamento del primo elemento nel secondo e, contemporaneamente, a una risonanza del secondo nel primo. Del resto, che significato avrebbe museificare un negozio di riparazione di imbarcazioni? Nessuno, se non, al massimo, a una rinnovata demarcazione del campo artistico, il quale si ritroverebbe, allora, altrove rispetto a un flusso temporale che è quello della realtà quotidiana, dal quale comunque emerge l'arte; in questo senso, non si tratta più di museificare, ma di cogliere la possibilità data dal reale di esprimere, nella sua fragilità e nella sua più caducità più intima, un afflato d'eternità, e tale afflato, presentandosi artisticamente nell'opera, rimane, in una tale prospettiva, eminentemente reale, ancorato alla quotidianità, non distaccato da essa. Si capisce bene, allora, come le zone d'ombra e le sequenze acquatiche la facciano da padrone, in Port noir, ma ciò accade notevolmente poiché l'ombra e l'acqua sono - e non rappresentano - l'immutabilità del mutamento. Sull'acqua si sono rifranti i cent'anni del negozio di riparazione d'imbarcazioni, e quell'acqua che rimane identica a se stessa nel suo perenne andare in onda in onda ha in sé l'immagine virtuale non soltanto del negozio ma soprattutto del negozio preso e compreso nella sua storicità: non è metafisica, è arte. Arte squisitamente quotidiana, presa ed emergente da una quotidianità il cui presente non è altro che un sentimento affranto del passato, nonché pieno di esso, come coglie bene anche Peter Hutton in At sea (USA, 2007, 60'): l'acqua, nel suo essere, è in divenire ed è questo stesso divenire così come il tempo, nel suo scorrere, rimane comunque tale, e cioè identico a sé. L'immutabilità è data dalla mutabilità, poiché solo questa non muta. E alla stessa maniera l'ombra. L'ombra, infatti, è precisamente la condizione di visibilità di questa immutabilità, che è invisibile, poiché, per vederla, bisognerebbe collocarsi fuori dal tempo e dal suo fluire; invece, presi nel suo fluire come siamo, non ne abbiamo la capacità, e l'unica protesi che possiamo utilizzare per concepire e visualizzare l'immutabile è, come mostra Laura Kraning, l'arte: Port Noir non è altro che questo, un punto di risonanza nel fluire del tempo che si rifrange, per sua propria potenza, all'esterno di esso, nell'ombra dell'immutabile. E noi vediamo quest'ombra, presi in contropiede nella sua eternità.

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