Other than our sea












Quello di Valentina Ferrandes è un cortometraggio che racchiude molte cose, attingendo da fonti di vario tipo (letteratura classica, pezzi di film etnografici, cinegiornali...) e che risulta essere una totalità il cui scopo non è quello di tessere una relazione di causa-effetto, sebbene tutto possa essere inscritto in questa relazione - e tuttavia, essendoci una pluralità di informazioni (sia nella nostra storia che nel film), non potremmo mettere tutte le variabili in un disegno sperimentale per tracciare una linea. E ancora, Other than our sea (Italia/Turchia/Regno Unito, 2014, 10') non ha la pretesa morale di incolpare il sistema europeo di razzismo e non moraleggia sugli immigrati che scappano da una certa miseria, che poi, in fondo, ritrovano qua sotto altre spoglie e nemmeno si prefigge di dare una lezione di umanità allo spettatore. Other than our sea ha però intrinseca un'etica, mai, appunto, una morale accusatoria, e ciò si intuisce dalla non pretesa - come dicevamo sopra - di una dimostrazione, per esempio, di una relazione causale, oppure, una relazione che tracci una linea immaginaria tra un'origine (che può essere intesa qui come la cultura greca) e una fine (l'immigrazione). Ciò che interessa alla Ferrandes è, infatti, qualcos'altro, che ha più a che fare con un intreccio, con i rapporti, ora sovrapponendo una statua greca con una barca in mare, ora mettendo in successione la cultura indigena con l'immigrazione, e questi intrecci sono fatti in modo da far intuire nello spettatore stesso l'esistenza di un rapporto di forza, cioè di potenzialità, che possiamo qui dire differenziarsi dalla relazione semplicemente perché suppone un qualcosa di meno tracciabile, più amorfo e pressoché acquatico, che eccede dunque la linearità dell'andare da un punto a un altro, quale può essere la causa con il suo effetto o anche l'inizio con la fine, la storia passata con l'attualità, quasi che ci fosse una teleologia dell'immigrazione: la sensazione che deriva da Other than our sea è così quella della creazione di uno spazio che può essere come quello di una nave, ovvero che ha nel suo immaginario termini finiti ed infiniti, come quelli del film stesso, e che è quindi all'interno di un sistema di rapporti che contemplano due termini, eccedendoli e non ritrovandosi comunque come prodotto nell'estremità della loro relazione, la quale comunque implicherebbe un'alterità rispetto a un sistema di riferimento esterno/esterno la cui matrice sia l'alterità: è un mezzo di trasporto finito che sembra viaggiare verso un orizzonte che non si raggiunge mai, che è sempre un po' più in là e la necessità che ne deriva è quella di continuare ad andare avanti, in uno spazio che sembra rimandare all'infinito i suoi limiti e tuttavia sappiamo che così non è... la necessità che fa andare avanti la nave è imminentemente quella della sopravvivenza, che si rifà non solo all'attuale stato di miseria, quindi un qualcosa che si fa preponderante, che scalcia a causa di un'emergenza che si rifà al presente e che possiede al suo interno anche il già storicizzato, i riti spirituali, le statue, la tecnica navale, insomma un clamore che, per quanto socialmente, economicamente, politicamente e anche culturalmente impercepibile dev'essere fatto derivare dall'immagine cinematografica, poiché ciò ora può il cinema è anche ciò che deve, e l'etica che se ne trae è appunto un'etica della distanza e del viaggio asintotico verso, piuttosto che una morale dell'alteralità, attuata a livello politico e dunque subito da escludere cinematograficamente, poiché il cinema riscopre un ambiente totale in cui l'élan vital è il medesimo ed è questa medesimezza il fulcro di Other than our sea, cortometraggio che sin dal titolo mostra l'impossibilità di un Altro, di un'esclusione, di un dentro/fuori. Il film, mostrando questo rapporto, risulta strettamente aderente alla vita e non ha bisogno di lunghi tempi per questo: gli basta riuscire in una sensibilità che coinvolge la vita e il film, rapportati in questo spazio, finalmente creato e libero da pre- e post-giudizi.

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