Notes from the interior


Se c'è un'interiorità, magari contrapposta a un'esternità qualsiasi e a essa irriducibile, è inutile svelarla, perché significherebbe sconvolgerla, esternarla, cioè ridurla già a qualcosa d'altro da sé che, in fondo, rischierebbe di confondersi con l'eternità cui si contrappone, e Benjamin Balcom, in Notes from the interior (USA, 2015, 11'), riflette proprio su questa dinamica qui, pervenendo infine alla dissipazione della stessa. Si dice: «Venni sepolto vivo». E il punto è proprio questo, concepire cioè l'esperienza cinematografica come dentro una bara, vita in morte di coleridgiana memoria. Del resto, che cos'è il cinema se non, appunto, un'abolizione della vita? Non che la vita, in esso, sia abolita, ma è come se ci si astraesse da quella che comunemente, pragmaticamente e inconsciamente definiamo vita ogni volta che ci apprestiamo alla visione di un film, tant'è che, per sommi capi, potremmo davvero parlare di un cinema che, abolendo la vita, si ritrae da essa, a mo' di palliativo, e un altro cinema, pienamente espresso dall'opera di Balcom, che invece astrae la vita dalla vita, cioè estrae il nucleo virtuale di essa per esprimerlo senza attuarlo, ed è questa la posta in gioco in Notes from the interior: carpire la vita, nella sua dimensione più specificamente virtuale, come un possibile più esperibile che esprimibile. L'interiorità che spiega il cortometraggio è allora dunque dispiegata da esso: c'è la vita, un'interiorità, ed è come il cinema la carpisse, ma, proprio in questo gesto, si ritrovasse ineluttabilmente coinvolto in essa quel tanto che basta da non potersi fare senza di essa, al di là di essa. Allora, però, si disfano le categorie: non più un regista e un film ma una vita che è ad entrambi comune; non più uno spettatore e un autore ma uno sguardo che è proprio di entrambi; non più un'interiorità e un'esteriorità contrapposte ma un'esteriorità come espressione dell'interiorità... come scriveva Bataille ne L'esperienza interiore, «non vi é più soggetto-oggetto ma breccia spalancata fra l’uno e l’altro, e, nella breccia, il soggetto, l’oggetto sono dissolti». La sensazione di trovarsi morti in vita, l'assurdo e insopportabile palpito di percepire nella vita cinematografica una morte: è un'esperienza salutare, specificamente cinematografica, poiché è appunto al cinema, cioè dentro di esso e mai a lato, che è davvero possibile confondere le dialettiche, smascherare la negazione in tutta la sua possibilità e non provare dell'esistenza o dell'assenza di Dio ma, semplicemente, smettere di porre la domanda, che, ora, non ha più bisogno d'essere, e il punto è che non ha mai avuto bisogno d'essere, di essere posto, e però solo cinematograficamente è possibile attuare questa necessità, questa stringendo del pensiero, il quale invece viene usualmente allargato, rilassato. «Venni sepolto vivo» (Ben Balcom): «Il pensiero (a causa di quanto ha nel suo fondo) bisogna seppellirlo vivo» (Georges Bataille). Io come pensiero, dunque; ma un pensiero attuale, come atto: atto che percorre lo spazio incontenibile e inafferrabile dell'informe, dell'immagine-parola. Le immagini si fanno allora non attraverso le parole ma trapassandole, e le parole trapassano comunque le immagini: un'esperienza indicibile, dal profondo, diventa così non esprimibile ma esperibile, e ciò accada perché, al di là della parola e dentro di essa, l'immagine c'è, ed è questo c'è del cinema, come ciò che resiste al trapasso biunivoco di parole e immagini, a dilatare, in ultima istanza, i dualismi fino a spazzarli, mostrando la loro posticcità, il loro essere comunque all'interno di un paradigma che o la parola o l'immagine e nient'altro; ma, il resto pre-individuale di quest'evoluzione r\esiste, ed è ciò che chiamiamo cinema, luogo che Balcom porta al di qua della soglia di percezione, rendendolo abitabile anche per noi.


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