No home movie



«Occhio, bimbo, stai dritto!» (Ferretti)
«Non parlare con la bocca piena, è maleducazione!» (Guattari)

Le due epigrafi qui sopra, la prima tratta dal brano dei PGR, Casi difficili, e la seconda dal testo cardinale del filosofo francese, Caosmosi, dicono abbastanza bene cosa sia l'educazione: l'educazione non è ciò che devi compiere ma ciò che viene compiuto attraverso di te, e questo attraversamento della tua persona informa la tua stessa persona, facendola divenire ciò che si ritiene debba essere. Così, il bambino è colui che non sta dritto e che parla colla bocca piena: glielo si perdona, perché è un bambino, ed è per questo che esiste l'educazione, poiché esistono bambini rispetto ai quali la società si forma altrimenti. Ora, questa non vuole affatto essere una recensione, piuttosto una breve riflessione su quanto, effettivamente, l'educazione valga e possa valere fintantoché venga compiuta su un corpo anti-sociale, qual è appunto quello del bambino; dopo, l'educazione cessa d'esistere, perché cessa d'esistere l'anti-socialità del corpo: il corpo educato non è più il corpo del bambino ma il corpo dell'adulto, dunque un corpo sociale, che, qualora s'estraniasse da alcuni principi societari, non sarebbe comunque escluso dalla società, come riprova il sistema carcerario moderno: l'educazione sull'adulto è immediatamente fascismo. E che cos'è il fascismo? Lungi da noi rispondere a una simile domanda, e certo è, però, che l'ultimo film di Chantal Akerman, ultimo in tutti i sensi, posteriore anche al mediocre Now (Belgio, 2015, ∞), faccia emergere la domanda, sebbene in maniera pienamente indiretta; infatti, questo No home movie (Belgio, 2015, 115'), oltre a sottolineare quanto, in effetti, i tempi d'oro di Hotel Monterey (USA, 1972, 62') siano distanti, e tale distanza, corroborata da tutta una produzione che segue dagli anni Ottanta e approda - per intenderci - al suicidio della regista belga, sia sostanzialmente l'astrazione di una concreticità qual è, per l'appunto, la filmografia della Akerman, ritrova anche un senso di perdita cinematografica che, di nuovo, non poteva ridursi a una cinematografia ormai logora, arsa, scialba ma doveva necessariamente condurre alla morte della regista. Chiariamoci: non stiamo dicendo che la Akerman abbia fatto bene a suicidarci (certe cose, noi le riserviamo solamente ai Moretti di turno) bensì che in quanto regista la Akerman sia in ultima istanza da considerare deceduta, più o meno, il 1979, prima del quale si situa il bellissimo Les rendez-vous d'Anna (Francia, 1979, 127') e dopo il quale accade invece quel film da morte cerebrale che è Dis-moi (Belgio, 1980, 45'). Ecco, noi interpretiamo così la cinematografia della Akerman e, per quanto voci in giro ci dessero a intendere che ci sbagliassimo e che questa sua ultima opera fosse un incredibile e ammaliante ritorno alle origini, non possiamo che ribadire un solo e unico fatto, che altro non è se non l'imperdonabilità di aver esordito magnificamente per poi non aver perpetrato che gesti ricorsivi, divenendo così, la Akerman, la caricatura di se stessa. Il che è un peccato, ma anche e soprattutto qualcosa di meschino. Meschino per questo fare cinema è palesemente inadeguato, in primo luogo: inadeguato nei confronti del tempo, il tempo del digitale che stiamo vivendo e che la Akerman stessa vive, e il digitale non è certo l'analogico, mediante il quale la registrazione era di fatto materiale, ma è una registrazione di rapporti di codificazione/decodificazione, per cui, se un gesto come quello di conservare le immagini della madre può avere un certo significato nel momento in cui tali immagini rimangono materialmente su pellicola, viene invece privato di senso e reso inadeguato da un uso del digitale come se si trattasse dell'analogico. E questo è il primo punto. Il secondo punto è: One cut, one life (USA, 2014, 105'). Ed Pincus e Lucia Small, in quel film, utilizzano il digitale, e infatti il film non è minimamente paragonabile a Diaries: 1971-1976 (USA, 1982, 200'), non fosse altro che, ora, Pincus sta morendo, e tutto il processo registrativo diviene altro da ciò che era stato per il film dell'82. C'è cioè, in One cut, one life, una morte che arriverà a turbare la vita, per cui il rispetto che si ha per questa vita ormai prossima ad andarsene non può che venir esteso - per durare - nel cinema, il quale, allora, non si fa semplice contenitore di quella vita ma «una vita» (Deleuze, Minkowski) di per sé, schianto della morte. Ecco, questo è ciò che manca al film della Akerman. Cosa la Akerman? Registra - e pure male, vista la gran quantità di inquadrature storte e scene di cui, onestamente, non si capisce il senso né, tantomeno, la composizione... ma è l'arthouse, si dirà. E invece no. O, meglio, è certamente arthouse, il film della Akerman, ma cosa significa, oggi, proporre un film simile? Inutile tirare in ballo Walden: Diaries, notes, and sketches (USA, 1969, 180'), però, sì, diciamo che questo arthouse, che poteva andare benissimo negli anni Ottanta, ora si trova a dover fare i conti con una storicizzazione dello stesso che, inevitabilmente, rende No home movie un film pericolosamente conservatore: e, di nuovo, al bambino si dice di non parlare con la bocca piena, all'adulto no. In questo senso, una più ampia coscienza della potenzialità dell'arthouse, coniugato al digitale, la si avrebbe ponderando il progetto The internet saga dello stesso Jonas Mekas, mentre invece con No home movie si ha al massimo un tentativo, peraltro piuttosto patetico, di reiterare per il grande pubblico gesti eclatanti che, ora come ora, non possono che essere considerati stereotipi indegni. In fondo, che me ne frega a me della madre della Akerman? Voglio dire, il dramma familiare non può fare l'arte, e ciò che manca appunto all'ultimo film di Chantal Akerman è il fatto di non essere arte, ma tale assenza di arte non si può palesare come una certa modalità di fare arte, perché non siamo più negli anni Ottanta, e riuscire così fuori-tempo non significa soltanto non avere un cazzo da dire ma anche e soprattutto mostrarsi terribilmente conservatori, disinteressati al cinema nella sua attuale rivoluzione e nella sua virtuale potenza. D'altro canto, però, non ci sentiamo di andare più oltre, e non solo perché riteniamo che un film del genere sia davvero ininfluente e trascurabile (insomma, se qualche proiezione l'ha trovata è certo più per il nome della regista che per la fattura dello stesso), ma anche perché la Akerman è appena morta, suicida, sicché molto più di buoncuore, da parte nostra, è chiudere questo pezzo con qualcosa che l'assolva e che assolva noialtri dal considerare, più o meno mestamente, la carriera troncata di un regista che, oltre a una buona dose di ipocrita discrezione, con quest'ultimo film ci consegna la consapevolezza di un fallimento avvenuto troppo in anticipo, forse evitabile ma forse anche ineluttabile, dal momento che realizzare una manciata di capolavori in una decina d'anni può effettivamente portare all'astrazione e alla perdita di una collocazione storico-cinematografica comunque imprescindibile, e pare proprio che la Akerman, infine, non sia stata altro che l'ennesima vittima di se stessa (peccato, però, che, quando il cinema permea così profondamente la vita, anch'esso marcisce brutalmente); chiudiamo quindi questo pezzo con una citazione tratta da Vita, arte e mistica - così, per consolarci e cercare di vedere le cose da un altro punto di vista, incolpando, come al solito, questi tempi chimicamente tormentati: «Per la donna, in questo mondo privo di anima e colpevole del peccato originale, nulla è indegno» (Brouwer).

7 commenti:

  1. Papa Prancesco11 ottobre 2015 00:01

    Cristoddio che post da quattro soldi. Giusto per mettere in fila quattro parole sbilenche e sconclusionate eh?

    Mi verrebbe da dire che non capisci più un cazzo ormai, poi però mi rendo conto che non hai mai capito un cazzo e che le tue ultime derive hanno semplicemente reso più evidente la cosa.

    Sai qual è la cosa peggiore? Che ormai sei diventato terribilmente prevedibile.
    Chissà se un giorno ti renderai conto di che merdaccia stai sopravvalutando in maniera mostruosa negli ultimi tempi.

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    1. Mi fa piacere che, comunque, gente come te continui a seguirmi. Grazie.

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    2. Papa Prancesco11 ottobre 2015 14:43

      Prego! Secondo me dovresti cambiare il sottotitolo del blog, comunque. Una cosa tipo: "venite per le elucubrazioni, rimanete per le risate". Pensaci eh. Bacioni. ;)

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  2. Chi porcoddio te l'ha dato ?

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    1. La Akerman. Tramite seduta spiritica.

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    1. Non ancora, gira ancora per i festival...

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