Katah-din



Ci sarebbero molti argomenti di discussione che possiamo affrontare partendo da Katah-din, film di Taylor Dunne (Usa, 2014, 33'), discorsi che riguardano l'ambiente, l'etnografia, l'etica, il cinema, ecc., ma quello che ci preme in questo momento, come sempre del resto, è una piccola riflessione che si può attuare facendo parlare le immagini. Conosciamo bene il  limite di questo approccio e tuttavia ci proviamo in modo che piccoli film del genere possano creare un punto di incontro con altre persone, seppur nella mancanza o scarsa distribuzione che si fa di questi film. Se Katah-din ha qualcosa di particolare è proprio la possibilità di poter fare un discorso che parta dalle immagini e questo lo possiamo fare partendo dal modo in cui più fonti si distribuiscono lungo il film, come vecchi filmati, nuovi girati e registrazioni, per tessere - senza pretese di dispiegare tutto -, la storia di un luogo, quello appunto di Katah-din. Le esplorazioni del posto si intrecciano così con le informazioni sulla popolazione Wabanaki e ciò a cui assistiamo sembra un tributo per una terra che è stata ed è molto amata dalla sua gente e da altri personaggi, come Henry David Thoreau: questo amore risuona come se ci fosse una musicalità che porta a vivere il luogo che sembra impregnato di una certa armonia, come già Wyborny nel suo Song of the earth aveva fatto e portato ai massimi vertici. Il tentativo di risaltare questa armonia risulta nel film della Dunne più piccolo e circoscritto ma non per questo poco potente: la bellezza del luogo contempla al suo interno, come dicevamo sopra, chi l'ha vissuta e amata, e infatti quello che fa la Dunne è di riportare a galla anche vecchi filmati su e di queste persone: grazie al cinema non ci poniamo nei loro confronti con un metro che segna il grado di civiltà secondo i nostri parametri borghesi, piuttosto cogliamo la popolazione come un tutt'uno con il luogo, il che significa nient'altro che sono così posti come una particolarità, non tanto esotica, distante e di conseguenza affascinante, ma come una singolarità che accade o è già accaduta, instaurando così un rapporto del tutto sincero. Quello a cui assistiamo è quindi un connubio tra gli abitanti ed il luogo, con cui si intreccia la pesantezza di un popolo millenario che si scontra con il tempo ed il mutare dei tempi ha portato questo popolo e questo luogo alla modifica delle tradizioni e delle proprie caratteristiche. Non è più tempo per i nativi americani, forse neanche per le riserve per molto ancora, ma ciò non significa che film come Katah-din siano reazionari, perché l'intento non è la restaurazione di un passato, bensì la creazione di un nuovo rapporto con esso attraverso un cinema che non si muove in un rapporto trascendentale ma si avvale di un filo armonico per far suonare il luogo e porlo in un rapporto diretto con noi.

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