Interstices


Interstices è un progetto che non si dice mai al singolare. In pieno divenire, già ora si compone di due parti, Interstices I (Canada, 2014, 4') e Interstices II (Canada, 2014, 4'), e queste due parti non hanno un punto fermo, una stabilità di maniera, tant'è che c'è da sottolineare sin da subito che, anche nel farsi, Interstices non è mai opera di un singolo ma è, anzi, ciò che opera i singoli, nel primo caso Kyle Whitehead e Linda Rae Dornan e nel secondo caso ancora Kyle Whitehead e Graeme Patterson, la frattura tra i loro corpi, la possibilità di scoprire un punto di coincidenza tra essi; del resto, la forma stessa di Interstices non è tanto quella dell'esposizione doppia, della sovrimpressione che crea analogia, bensì e piuttosto la possibilità stessa di tale sovrimpressione, la natura, immediatamente singolare plurale, dell'immagine: «L'essere non ha senso, ma l'essere stesso, il fenomeno dell'essere, è il senso, che a sua volta è la circolazione di se stesso - e noi siamo questa circolazione» (Nancy). Al di là dunque della struttura prettamente tecnica dell'immagine, Whitehead/Rae Dornan e Whitehead/Patterson assumono un atteggiamento, nei confronti di essa, squisitamente fenomenologico, sì che l'immagine si scopra in quanto evento. Non è, allora, l'analogia, ciò che si viene a creare. La sovrapposizione non rimanda ad altro che a se stessa, ma questo rimando non è autoreferenziale: esso ci coinvolge, sicché noi - noi spettatori - non siamo mai esclusi da essa nella misura in cui fondamentalmente essa ci attira, ci attrae, e tale attrazione, oltre a essere coestensiva sia all'immagine che al nostro corpo, è propriamente una circolazione, ovverosia uno scambio che presuppone una dépense. Lo sforzo in perdita, se così possiamo dire, non si trasforma mai tuttavia in un gioco al massacro, e ciò che l'essere dello spettatore perde non viene riempito dall'immagine ma è, comunque, ciò che permette allo spettatore di essere nell'immagine; quest'ultima, come si può facilmente capire, vale di per sé, e un simile valore, una volta cominciato il circolo immagine-spettatore, non può non darsi se non come immagine + spettatore, oramai inevitabilmente coinvolto dentro l'immagine, quasi che non esistessero più due nature differenti, ed è per questo - dicevamo - che Interstices non si può mai dire al singolare, perché Interstices è effettivamente ed efficacemente l'interstiziale, non la sovrapposizione ma la possibilità stessa della sovrapposizione, non l'immagine e lo spettatore ma la possibilità stessa dello spettatore, e cioè l'immagine, e dell'immagine, e cioè lo spettatore. L'evento si manifesta così in maniera immediata, e noi potremmo dire che l'operazione di Whitehead/Rae Dornan e Whitehead/Patterson debba ricondursi realmente a una sensibilità fenomenologica, poiché solo operando fenomenologicamente le coppie riescono a ritornare alla natura prima e stessa delle cose, scoprendo, così, la loro inevitabilità, che è allo stesso tempo la loro singolarità plurale, la loro pluralità singolare: di fatto, la sovrimpressione implica l'immagine ma l'immagine (beninteso, quella di Interstices) non può darsi senza sovrimpressione, e il punto è proprio giungere a questa irriducibilità, laddove il gioco logico vorrebbe vedere nascere prima l'uovo o la gallina, ma prima dell'uovo e della gallina, dell'immagine e dello spettatore, della sovrimpressione e dell'immagine c'è la frattura stessa da cui scaturiscono e l'immagine e lo spettatore, i quali, allora, non possono dirsi separatamente se non a posteriori e in maniera affatto posticcia, dunque encomiabile gesto di Whitehead/Rae Dornan e Whitehead/Patterson quello di richiamare l'immagine allo spettatore, coinvolgendo quest'ultimo in essa e viceversa.

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