i o






C'è qualcosa in i o (Corea del Sud, 2015, 11'), film molto intenso di Youjin Moon, che ci fa ricordare uno dei capolavori di Walter Ungerer, noCom (USA, 2014, 9'), nel momento in cui ciò che ci porta a pensare i o sia sostanzialmente una visione di superficie, in quanto è tutto lì, nel senso che non abbiamo bisogno di un mezzo per arrivare ad una certa profondità, ma questa è direttamente superficie. Ciò che accompagna le immagini e nello stesso tempo se ne disancora è un suono, il quale non rassomiglia neanche ad un linguaggio primitivo, non è nemmeno lallazione, non sono vagiti, sono perlopiù suoni che ricordano la fonografia, il che ci porta a dire che questo i o, come il cinema dell'immanenza, è davvero un cinema aderente a una vita e dunque che può incontrare tutti. Questo tutti riferito allo spettatore è dunque spersonalizzato, è uno indeterminato e se la Corea del Sud può parlare a noi è proprio per questo cinema di superficie, che fa emergere il possibile, come del resto avveniva per Europa (Corea del sud, 2015, 12'), altro film di Youjin Moon. Tutto ciò però non significa che tutto può essere cinema, perché l'assenza di forma che troviamo in i o è un'assenza che nasce dalla forma, che è ricercata e che dunque avviene come qualcosa che ha già o sta per destrutturare la forma: ciò che avviene è un movimento ricercato, non spontaneo, ma naturale, perché aderente ad un invisibile già connaturato nella forma e che non può che rifrangersi sullo schermo cinematografico. Questo schermo è utilizzato come appunto il mezzo di questa rifrazione, ma non solo, perché ne è anche il fine, infatti quest'assenza di forma trova una collocazione ottimale nel cinema che si fa ciò che ci può mostrare: il fine non è però il punto d'arrivo, perché il cinema non è qualcosa a cui anelare, come se ci fosse un autore mosso da un telos e che faccia dello stesso cinema qualcosa per esprimere questo telos e che lo porti a compimento, bensì questo fine è il punto di partenza, solo che solitamente non possiamo accorgercene che nel mentre, o semmai dopo, ma difficilmente prima, perché, banalmente, non lo avevamo mai esperito così intensamente e così concretamente. Queste le potenzialità del cinema e se possiamo crederci così tanto è proprio per queste sue potenzialità: i o prende vita nel momento in cui possiamo vedere quel movimento che dal cosmo arriva alle cellule, passando prima per una società umana la cui immagine sembra impregnata di un sangue che sembra rimandare alla nostra storia e che Youjin Moon fa ricollocare in una cosmicità aderente all'infinitamente piccolo e viceversa.

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