Her Silent Seaming


Chi dice? Nazlı Dinçel, in Her silent seaming (USA, 2014, 10'), non elude la domanda sul soggetto d'enunciazione, piuttosto la pone come un a posteriori e come tale non è che sia possibile evitarla bensì ammutolirla, lasciarla come un quid d'aleatorio e aereo che, se comunque comprende una risposta, la comprende nel silenzio con cui la stessa permea la domanda: Her silent seaming diventa così un'opera sulla possibilità del dire e sul dire questa possibilità, un'enunciazione comunque posta in anticipo e, come tale, racchiusa in un silenzio ineludibile: l'aggraffatura del titolo è ciò che propriamente tiene assieme queste due parti tanto inseparabili tra loro quanto, e non solo apparentemente, contraddittorie. Alla domanda sul chi stia dicendo, allora, viene sostituita o, meglio, la domanda stessa è permeata e tra virgolette occultata, resa inefficace, dall'interrogazione sul cosa si dice, ma questo cosa, ora, è un silenzio propriamente immaginativo, che non si rende per immagini ma è di per sé immagine. Immagine non di qualcosa, ma immagine piena, silente, e, quando la scritta sullo schermo intercala nel cortometraggio il discorso diretto, ecco che è qui che non bisogna sorprenderci di vedere un'immagine piena, poiché è essa che dice e, contemporaneamente, è lei che è la cosa detta. L'esperienza intima di Nazlı Dinçel è intima proprio per questo: non è auto-referenziale, è semplicemente conchiusa in se stessa, e questa conclusione è immediatamente un'auto-affermazione che schiaccia il significato sul significante e viceversa, di modo da smetterla col dualismo della lingua per lasciar emergere un'immagine eminentemente cinematografica, della quale, cioè, non si può dire. Questo non-dire, tuttavia, è solamente un dopo, un qualcosa che si dà nel momento in cui l'immagine cessa di scorrere sullo schermo, non lasciando che un'afasia che è immediatamente contemplata nel dirsi dell'immagine, dirsi auto-conclusivo, immagine che dice l'immagine - e non c'è altro al di la di questo, cinematografiche e reali immanenza, eminenza ed imminenza dell'immagine. L'intimità, dunque, la si dà in un circolo che non ammette fuori, e tale campo non è che escluda un'estraneità ma, semplicemente, non percepisce l'accadere in un'esternità nella quale, se vi esiste qualcosa, è comunque un qualcosa che non lascia traccia, che non accade. Si capisce bene, allora, come Nazlı Dinçel sia debitrice dello Snow di So is this (Canada, 1983, 43'), ma un simile debito, lungi dal porsi in maniera esclusivamente formale, è anello di una catena che contempla l'immagine come esaustiva di per sé, non asservita ad alcun potere trascendente né trascendentale che la ponga o ne legittimi la visibilità: e di visibilità in effetti si tratta, visto che la leggibilità è tutt'altra cosa rispetto al testo letterario propriamente inteso, e questo per il semplice fatto che l'immagine si dice nel silenzio, oltre il paradigma del soggetto e oggetto dell'enunciazione di matrice comunicativa. Ecco, l'immagine non comunica, ma pone un campo che si chiude - e nell'internità di questo campo la vita intima accade o, il che è lo stesso, viene detta nel silenzio, silenziosamente. Non ci si stupirà, allora, delle lettere che prendono corpo anche oltre il nero, grattando i chicchi di melograno, così come non c'è alcuna inquietudine quando la parola viene grattata via nel nero da segni che sono gli stessi che la compongono, perché quella è l'immagine, parola e figurazione di labbra passate da un rossetto, una sola e identica immagine, la cui univocità è veramente l'abrasione di un'intimità della quale non possiamo partecipare, noi che non accadiamo. L'immagine, una e una soltanto, che viene detta in molti modi perché è questa polivocità fondante e fondamentale ad attuare un circolo il cui unico centro, repentinamente decentrato, è anche ciò che lo conchiude e, più che escludere, eludere l'alterità come ininfluente, nemmeno più silenzio ma parola che il silenzio dell'immagine non la riguarda.

Nessun commento:

Posta un commento