Europa


Di ghiaccio, quasi come Threshold (USA, 2013, 19'), perché il ghiaccio è propriamente la cristallizzazione dell'etereo, dell'evanescente, eppure non come Threshold, perché nell'opera della sudcoreana Youjin Moon è in atto tutta una sensibilità che travalica la mistica per effondersi su spazi prettamente orientali e femminili, ed è così che Europa (Corea del sud, 2015, 12') è come se si facesse attraverso un solo e unico movimento, cioè quello della risonanza interna, e in effetti fosse questo stesso movimento; il ghiaccio, del resto, ben si presta a questo gioco al contempo iper- ed ipo-percettivo, poiché il ghiaccio altro non è che l'informale e la necessità medesima di tale informale quando si tratta di materializzare o, meglio, concretizzare ciò che forma non ha, il fluido, l'acquatico, un elemento tanto caro ai registi più sperimentali, dall'Epstein de La tempestare (Francia, 1947, 22') fino al Clipson di Bright mirror (USA, 2013, 9'), passando per il Brakhage diThe mammals of Victoria (USA, 1994, 34'). Eppure, qui, l'acquatico non è maneggiato per ciò che è, e il gesto - clamoroso - di Youjin Moon sta, appunto, nel far passare l'acquatico per ciò che nell'immaginario collettivo è invece il contrario dell'acquatico, quindi dall'informale che sfiora l'astrattezza dell'acqua fino alla concretezza più materiale e, si direbbe, formale dell'oggetto solido; il solido, però, accogliendo l'acquatico e, anzi, essendo quest'acquatico stesso e però sotto tutt'altro aspetto è privo di forma, sicché non si tratta tanto di privare di forma qualcosa che, invece, ce l'ha, bensì di trapiantare l'informale in ciò che visibilmente non ha forma e non può averla, pur, almeno secondo la nostra percezione e il nostro immaginario, essendo dotato di una sorta di lineamento, di confine, di configurazione... Così, Europa va a delinearsi come un estremo tentativo di carpire la percezione dello spettatore, d'insediarsi in essa e di stravolgerla. Infatti, l'immagine posta dalla regista è un'immagine nuova, originale, ma questa originalità non è necessariamente un'originarietà, poiché la novità ad essa intrinseca è sostanzialmente dovuta alla percezione dello spettatore, il quale è portato a percepire qualcosa d'originale nel momento stesso in cui viene stravolta al suo interno: quello è davvero ghiaccio, ma il ghiaccio, in Europa, è il carattere informale dell'acqua portato a concretezza, è cioè la possibilità di una forma non priva ma privata - e privata alla coscienza dello spettatore, abituato, invece, a coglierla spontaneamente. In questo modo, le figure che si susseguono sullo schermo assumono toni che chiarificano l'impossibile, che altro non determinano se non una indeterminatezza fondamentale e, ora, davvero originaria. Tale indeterminatezza è dunque data dal nobile connubio tra visibile e invisibile, laddove per visibile deve intendersi ciò che ha forma e può essere formalmente colto, mentre invece per invisibile deve intendersi ciò che non ha forma, ed è questo informale in ultima istanza a cristallizzarsi, ad essere propriamente il germe la cui germificazione, cioè il suo protrarsi nell'ambiente, fa scaturire l'immagine che Europa pone e a conti fatti è. Un'immagine repentinamente originale, che convoca a sé uno spettatore = x, dunque un testimone che assume il film come evento ed è sempre colto da stupore di fronte a esso perché sempre differente anche nei confronti del proprio sé, essendo la sua percezione manipolata dalla visione e non, come solitamente accade, viceversa. La figurazione vaginale stessa, più o meno a metà film, non è che una possibilità tra le tante, forse l'unica, certo, ma in quanto dentro di esso si ospita ciò che non può essere visto, l'informale come generativo, quindi un qualcosa che travalica il visibile, la figura in sé, spostando il baricentro in maniera del tutto asintotica e indeterminabile; allo stesso modo, il finale, che si dischiude come in un film di Takashi Makino, è la possibilità stessa di una ricezione panica che si bruca in un attimo, quasi che il cosmo non fosse altro che un'eternità più che uno spazio e che questa eternità fosse tale solamente per chi ne è coinvolto, mentre, a vederla oggettivamente, dall'esterno che non comprende ed è impossibile, brucia in un istante compreso tra il poco più di niente e il niente stesso. È per questo che Europa è un capolavoro: perché, a differenza di una poetica più pacchiana, come può essere, ad esempio, quella di Grandrieux, Youjin Moon non mostra l'informale ma ciò che soggiace alla forma, e cioè l'informale, il quale in Europa non sta come si presenta in White epilepsy (Francia, 2012, 68'), e cioè già dato, contrapposto alla forma, ma è il luogo o il momento, insomma la frattura spazio-temporale interna alla forma e generativa di quest'ultima. Il che è proprio la generazione di un altro universo, e l'alterità di questo universo non deve però pensarsi come trascendente rispetto all'universo in cui viviamo. Quel che Youjin Moon mostra non è altro che ciò che c'è più consono e familiare, l'universo stesso che abitiamo, ma ce lo presenta solamente dopo aver scoperto il germe informale della forma, quindi alterando la nostra percezione, la quale, allora, si ritrovare ad avere a che fare con un universo differente, uguale ma sentito in un altro modo, e quest'altro modo è continuamente ciò che ci chiama e convoca in gioco, ciò che ci coinvolge, poiché ora e solo ora le forme si presenteranno in maniera continuamente diversa, essendo in divenire, e noi siamo colti in questo divenire, che è lo stesso delle forme: ecco, è il divenire ciò che appare, l'emergere del possibile, dove, finalmente, ogni cosa non è mai la stessa perché noi stessi non siamo i medesimi ma trascorriamo, fascio di possibilità infinite per un unico e istantaneo evento - afasia, clamore cinematografico di fronte all'inesprimibile che è l'esistenza più piena e unica, cosmicamente ricettiva.

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